Niente orchidee per i banchieri centrali L’esperienza delle banche centrali moderne è relativamente recente e risale al XIX secolo. Qualcuno potrebbe forse risalire più indietro nel tempo, citando la Casa di San Giorgio, creata a Genova nel 1407, che svolgeva una funzione pubblica operando come tesoreria della Repubblica, incassava entrate doganali e concedeva credito al governo, emettendo, nel contempo, delle ricevute di deposito che potevano essere utilizzate per i pagamenti correnti; o la Riksbank, fondata a Stoccolma nel 1656, che, per surrogare l’utilizzo delle sempre più pesanti monete di rame coniate dalla zecca reale svedese a causa dell’inflazione e della conseguente svalutazione del metallo, fu autorizzata ad emettere carta moneta. Ma fino a quando non si arrivò alla effettiva creazione dei sistemi monetari moderni basati sull’emissione diffusa sul mercato di banconote convertibili liberamente in oro e argento, si trattò di episodi contingenti e pionieristici. Ben più importanti furono piuttosto la fondazione della Bank of England nel 1694 che ottenne dalla corona la facoltà di stampare carta moneta (praticamente in regime di monopolio virtuale data l’importanza finanziaria e mercantile di Londra), e l’ardito esperimento concepito da John Law che, per salvare le casse della corona francese depauperate dalle spese militari e di corte di Luigi XIV, fu autorizzato dal reggente Filippo d’Orleans, ad architettare una complessa struttura finanziaria al centro della quale si poneva la Banque Génerale, autorizzata ad emettere dei certificati di pagamento con i quali potevano essere acquistati i titoli della Compagnia del Mississippi e, soprattutto, potevano essere utilizzati per saldare le tasse. Fino al XIX secolo il concorrente più temibile fu il sistema bancario libero, nato in Scozia e lodato da Adam Smith, in cui lo Scottish Banking Act del 1765 autorizzava ciascun istituto o singolo banchiere ad emettere carta moneta. Il sistema era più confacente all’ideologia liberale, tipica di quell’epoca, e una pluralità di istituti di emissione fu adottata anche in Italia dopo il 1861 fino a che lo scandalo della Banca Romana a fine secolo ne pose in luce tutti i limiti. Convenzionalmente il moderno sistema della banca centrale è databile al 1844, quando il governo britannico promulgò il Bank Charter Act, che poneva le condizioni perché effettivamente la Bank of England divenisse la banca delle banche, godesse del monopolio dell’emissione delle banconote, e contemporaneamente le attribuiva anche il compito di tendere alla stabilità dei mercati finanziari, agendo come prestatore di ultima istanza e manovrando il tasso di sconto in base alle esigenze della situazione economica. Le prime considerazioni realistiche sul funzionamento dei mercati monetari e sulla necessità di avere una banca delle banche, un prestatore di ultima istanza, come fulcro del sistema finanziario sono state evidenziate da Walter Bagehot in Lombard Street (1873), ove commentava magistralmente l’intervento della Bank of England come lender of last resort per arginare lo shock determinato dal crollo della Overend, Gurney and Company nel 1866. Dalla fine del secolo la banca si pose come capofila del pool di nuove banche centrali delle altre potenze economiche e politiche con la funzione di stabilizzare le relazioni economiche internazionali e i rapporti di cambio delle diverse valute all’interno del gold standard. Finalmente nel 1913 anche gli Stati Uniti d’America istituirono il Federal Reserve System. A partire dal 1873, e soprattutto dopo quella del 1929, le crisi finanziarie furono le tappe mediante le quali si formarono le esperienze e si consolidarono le pratiche delle banche centrali, la cui funzione divenne nevralgica, dopo il 1945, anche per assecondare le politiche macroeconomiche concepite dai rispettivi governi, pur salvaguardando la propria indipendenza. La storia delle banche centrali è strettamente legata a quella del sistema finanziario globale. Siccome quest’ultimo è in continua evoluzione anche le prime lo sono. In un modello selettivo darwiniano le crisi rappresentano il parametro ideale per valutare l’efficacia delle politiche delle istituzioni monetarie. Sotto questo profilo, sembra valere anche in questo caso la massima cara agli uomini politici che gli stati maggiori in genere sono pronti a combattere le guerre del passato e non quella odierna, così le risposte delle autorità monetarie alle situazioni di crollo dei mercati finanziari e di panico sono modellate normalmente sulla base delle evidenze delle crisi trascorse. Dalla fine dell’ordine monetario internazionale concepito a Bretton Woods e, soprattutto, dopo il crollo del sistema bipolare che ha retto, nel bene e nel male, l’equilibrio del mondo fino al 1989, le relazioni euro-americane sembrano essersi, al di là delle dichiarazioni di principio, un po’ allentate. L’enorme e incontenibile ruolo assunto dalla finanza globale, come insegna l’esperienza degli ultimi venti anni, genera crisi a tempi sempre più ravvicinati, Come risposta allo shock del 2007/08 la Federal Reserve e la BCE hanno sostanzialmente scelto due strade diverse. E’ chiaro che, fatta salva la propria libertà intellettuale e indipendenza formale, nessun banchiere centrale può sfuggire alla moral suasion delle rispettive autorità politiche (nel caso europeo di quelle più forti e incisive). A partire dalle ricerche di Milton Friedman e di John Kenneth Galbraith o di Barry Eichengreen e Charles Kindleberger siamo tutti consapevoli che prima e dopo il 1929 le autorità monetarie e quelle politiche hanno compiuto degli errori o hanno fatto delle scelte che hanno peggiorato la depressione economica. Sarei curioso di sapere quale sarà tra cinquant’anni il giudizio degli storici e degli economisti su Ben Bernanke e Mario Draghi? Comunque entrambi, nel bene e nel male, finiranno sui manuali.

Breve parabola delle banche centrali / Podesta', Gian Luca. - In: VIA SARFATTI 25. - ISSN 1828-6313. - 7/8:(2015), pp. 16-16.

Breve parabola delle banche centrali

PODESTA', Gian Luca
2015-01-01

Abstract

Niente orchidee per i banchieri centrali L’esperienza delle banche centrali moderne è relativamente recente e risale al XIX secolo. Qualcuno potrebbe forse risalire più indietro nel tempo, citando la Casa di San Giorgio, creata a Genova nel 1407, che svolgeva una funzione pubblica operando come tesoreria della Repubblica, incassava entrate doganali e concedeva credito al governo, emettendo, nel contempo, delle ricevute di deposito che potevano essere utilizzate per i pagamenti correnti; o la Riksbank, fondata a Stoccolma nel 1656, che, per surrogare l’utilizzo delle sempre più pesanti monete di rame coniate dalla zecca reale svedese a causa dell’inflazione e della conseguente svalutazione del metallo, fu autorizzata ad emettere carta moneta. Ma fino a quando non si arrivò alla effettiva creazione dei sistemi monetari moderni basati sull’emissione diffusa sul mercato di banconote convertibili liberamente in oro e argento, si trattò di episodi contingenti e pionieristici. Ben più importanti furono piuttosto la fondazione della Bank of England nel 1694 che ottenne dalla corona la facoltà di stampare carta moneta (praticamente in regime di monopolio virtuale data l’importanza finanziaria e mercantile di Londra), e l’ardito esperimento concepito da John Law che, per salvare le casse della corona francese depauperate dalle spese militari e di corte di Luigi XIV, fu autorizzato dal reggente Filippo d’Orleans, ad architettare una complessa struttura finanziaria al centro della quale si poneva la Banque Génerale, autorizzata ad emettere dei certificati di pagamento con i quali potevano essere acquistati i titoli della Compagnia del Mississippi e, soprattutto, potevano essere utilizzati per saldare le tasse. Fino al XIX secolo il concorrente più temibile fu il sistema bancario libero, nato in Scozia e lodato da Adam Smith, in cui lo Scottish Banking Act del 1765 autorizzava ciascun istituto o singolo banchiere ad emettere carta moneta. Il sistema era più confacente all’ideologia liberale, tipica di quell’epoca, e una pluralità di istituti di emissione fu adottata anche in Italia dopo il 1861 fino a che lo scandalo della Banca Romana a fine secolo ne pose in luce tutti i limiti. Convenzionalmente il moderno sistema della banca centrale è databile al 1844, quando il governo britannico promulgò il Bank Charter Act, che poneva le condizioni perché effettivamente la Bank of England divenisse la banca delle banche, godesse del monopolio dell’emissione delle banconote, e contemporaneamente le attribuiva anche il compito di tendere alla stabilità dei mercati finanziari, agendo come prestatore di ultima istanza e manovrando il tasso di sconto in base alle esigenze della situazione economica. Le prime considerazioni realistiche sul funzionamento dei mercati monetari e sulla necessità di avere una banca delle banche, un prestatore di ultima istanza, come fulcro del sistema finanziario sono state evidenziate da Walter Bagehot in Lombard Street (1873), ove commentava magistralmente l’intervento della Bank of England come lender of last resort per arginare lo shock determinato dal crollo della Overend, Gurney and Company nel 1866. Dalla fine del secolo la banca si pose come capofila del pool di nuove banche centrali delle altre potenze economiche e politiche con la funzione di stabilizzare le relazioni economiche internazionali e i rapporti di cambio delle diverse valute all’interno del gold standard. Finalmente nel 1913 anche gli Stati Uniti d’America istituirono il Federal Reserve System. A partire dal 1873, e soprattutto dopo quella del 1929, le crisi finanziarie furono le tappe mediante le quali si formarono le esperienze e si consolidarono le pratiche delle banche centrali, la cui funzione divenne nevralgica, dopo il 1945, anche per assecondare le politiche macroeconomiche concepite dai rispettivi governi, pur salvaguardando la propria indipendenza. La storia delle banche centrali è strettamente legata a quella del sistema finanziario globale. Siccome quest’ultimo è in continua evoluzione anche le prime lo sono. In un modello selettivo darwiniano le crisi rappresentano il parametro ideale per valutare l’efficacia delle politiche delle istituzioni monetarie. Sotto questo profilo, sembra valere anche in questo caso la massima cara agli uomini politici che gli stati maggiori in genere sono pronti a combattere le guerre del passato e non quella odierna, così le risposte delle autorità monetarie alle situazioni di crollo dei mercati finanziari e di panico sono modellate normalmente sulla base delle evidenze delle crisi trascorse. Dalla fine dell’ordine monetario internazionale concepito a Bretton Woods e, soprattutto, dopo il crollo del sistema bipolare che ha retto, nel bene e nel male, l’equilibrio del mondo fino al 1989, le relazioni euro-americane sembrano essersi, al di là delle dichiarazioni di principio, un po’ allentate. L’enorme e incontenibile ruolo assunto dalla finanza globale, come insegna l’esperienza degli ultimi venti anni, genera crisi a tempi sempre più ravvicinati, Come risposta allo shock del 2007/08 la Federal Reserve e la BCE hanno sostanzialmente scelto due strade diverse. E’ chiaro che, fatta salva la propria libertà intellettuale e indipendenza formale, nessun banchiere centrale può sfuggire alla moral suasion delle rispettive autorità politiche (nel caso europeo di quelle più forti e incisive). A partire dalle ricerche di Milton Friedman e di John Kenneth Galbraith o di Barry Eichengreen e Charles Kindleberger siamo tutti consapevoli che prima e dopo il 1929 le autorità monetarie e quelle politiche hanno compiuto degli errori o hanno fatto delle scelte che hanno peggiorato la depressione economica. Sarei curioso di sapere quale sarà tra cinquant’anni il giudizio degli storici e degli economisti su Ben Bernanke e Mario Draghi? Comunque entrambi, nel bene e nel male, finiranno sui manuali.
Breve parabola delle banche centrali / Podesta', Gian Luca. - In: VIA SARFATTI 25. - ISSN 1828-6313. - 7/8:(2015), pp. 16-16.
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