ABSTRACT La tesi di Dottorato Risonanze antiche nel pensiero e nella poesia di un Romantico: S. T. Coleridge e il neoplatonismo, si inquadra nel campo dei cosiddetti reception studies e si propone di analizzare come il neoplatonismo, in generale, e il pensiero di Plotino, in particolare, abbiano influenzato fortemente la produzione filosofica e poetica di S. T. Coleridge. Uno studio di questo tipo non è ancora stato affrontato. Lo status di Coleridge come filosofo è, ad oggi, in genere riconosciuto; tuttavia, la critica si è concentrata prevalentemente sulla relazione fra il poeta romantico e diversi pensatori e teorie filosofiche (primi fra tutti Platone e l’Idealismo tedesco), tralasciando il debito nei confronti delle dottrine neoplatoniche o considerandolo aspetto marginale. In generale, l’influsso del neoplatonismo su Coleridge compare solo come riferimento all’interno di monografie riguardanti altri aspetti della sua attività speculativa e letteraria, mentre sono rari i testi critici che si concentrano in modo specifico su tale rapporto. La presente tesi intende colmare questa lacuna, proponendo l’interpretazione del sistema filosofico elaborato da Coleridge e della sua poesia in chiave neoplatonica. Lo studio si focalizza, pertanto, su come il neoplatonismo sia all’origine dei suoi concetti filosofici più rilevanti, discussi nella Biographia Literaria (1817) e in altre importanti opere in prosa, e come esso abbia giocato un ruolo fondamentale nella composizione di alcune delle sue poesie più conosciute. Per quanto riguarda i concetti filosofici, nella Biographia Literaria i riferimenti al neoplatonismo sono frequenti. In primo luogo, allusioni a Plotino emergono nell’investigazione da parte di Coleridge della “philosophical consciousness”, nelle caratteristiche attribuite al “transcendental philosopher” e nell’elaborazione delle Dieci Tesi presentate nel capitolo XII. Queste ultime possono, infatti, essere lette nella prospettiva plotiniana e non semplicemente in relazione a Schelling (aspetto sul quale la critica si è prevalentemente soffermata). In particolare, il parallelismo con Plotino è evidente nella sesta tesi, in cui il principio enunciato da Coleridge, definito “I AM”, mostra alcuni punti di contatto con la seconda ipostasi plotiniana, il NOUS. In secondo luogo, occorre notare che anche la distinzione fra Fancy e Imagination ha le sue radici nella tradizione filosofica antica, in diversi pensatori e, soprattutto, in Plotino, tanto da potersi affermare che è proprio il concetto di immaginazione del filosofo neoplatonico ad essere il predecessore di quello coleridgeano. Sia Plotino sia Coleridge, infatti, intendono l’immaginazione come uno “shaping spirit”, e la suddividono in due tipi: il filosofo antico opera una differenza tra immaginazione sensibile e concettuale, mentre il poeta e pensatore romantico elabora la nota distinzione fra primary e secondary Imagination. Infine, un’altra importante dicotomia che pervade l’opera di Coleridge è quella fra Reason e Understanding, che egli riprende dai Platonici di Cambridge e, in special modo, da Ralph Cudworth. Quest’ultimo evidenzia i limiti dell’Understanding mentre identifica l’unità fra Reason e il divino e definisce la ragione come la prima partecipazione di Dio. Allo stesso modo, Coleridge, in svariate opere, quali la Biographia Literaria, Table Talk, The Friend e Aids to Reflection, così come nelle lettere, affronta tale distinzione e vede nella Reason la facoltà umana più alta. Il neoplatonismo non è, però, alla base esclusivamente della produzione filosofica di Coleridge, ma, al contrario, pervade anche i temi, le immagini, i simboli e i personaggi di diverse sue poesie, come “The Rime of the Ancient Mariner” (nelle versioni del 1798 e del 1817), le “Conversation Poems” (scritte fra il 1795 e il 1798), “Religious Musings” (composta fra il 1794 e il 1796) e “Kubla Khan” (pubblicata nel 1816) Per poter individuare le radici neoplatoniche dei testi sopra menzionati, è necessario tenere presenti le maggiori fonti di questa filosofia antica, ossia le Enneadi di Plotino, il dialogo De operatione dæmonum (conosciuto anche come De Dæmonibus) e gli Oracoli Caldaici di Michele Psello, I misteri egiziani di Giamblico e De Antro Nympharum di Porfirio. Da tali opere, Coleridge riprende temi e personaggi e li riutilizza, in modo più o meno esplicito, nelle sue poesie. In ogni caso, Coleridge non è l’unico poeta del suo tempo a subire l’influsso del mondo antico. L’epoca romantica è, infatti, caratterizzata da quello che può essere definito un vero e proprio revival ellenico in generale e del mito greco in particolare. Questo rinnovato interesse per l’antica Grecia può essere considerato, innanzitutto, come parte della reazione contro la visione razionalista e meccanicista del mondo e dell’uomo moderno, che dominava nel XVIII secolo, e, secondariamente, come un aspetto del primitivismo e dell’idealismo diffusisi in Europa in quel periodo. Poeti come Blake, Wordsworth, Keats, Byron e Shelley utilizzano il mito classico nelle loro opere, in cui, inoltre, si ritrovano riferimenti al platonismo e al neoplatonismo. Numerosi sono, infatti, i parallelismi fra Romanticismo e neoplatonismo, primo fra tutti il ciclo neoplatonico di emanazione dei “molti” a partire dall’Uno e ritorno alla fonte (o epistrofe). Il rapporto fra i molti e l’Uno è al centro delle Enneadi. Come spiega Plotino, i molti derivano per emanazione dall’Uno, attraverso una serie di gradi di essere sempre meno perfetti mano a mano che ci si allontana dal principio iniziale. Dall’Uno, che sta al vertice e che è la prima delle ipostasi, procedono per emanazione tutte le altre realtà: l’Intelletto, l’Anima e, sul gradino più basso, la materia. La scala presentata è, pertanto, di crescente allontanamento dall’Uno e, di conseguenza, di crescente divisione e molteplicità. Plotino definisce anche le anime individuali che, cadute nei lacci della corporeità, provano una profonda nostalgia per l’Uno e aspirano a ritornarvi. Il ciclo neoplatonico rispecchia il viaggio circolare romantico, che inizia con l’allontanamento dalla fonte, o separazione dall’unione inziale con la natura, porta alla caduta nella molteplicità e si conclude con la riconciliazione finale. Inoltre, la nostalgia è una cifra distintiva tanto del neoplatonismo che del romanticismo. Non per niente, l’uomo moderno, che una volta era felice, è ora diviso dall’unione iniziale con la natura e, per questo motivo, si trova a soffrire una condizione di alienazione e desidera ritornare allo stato originario. Da quest’ottica, egli può essere messo a paragone con il cosiddetto “wandering man”, che prova un’inguaribile nostalgia di casa, come testimoniato tanto nella filosofia che nella letteratura dell’epoca. Esempi significativi in tal senso sono le poesie contenute nelle Lyrical Ballads, in cui la rappresentazione principale è il Vecchio Marinaio, personaggio fortemente alienato in conseguenza della colpa che ha commesso: l’uccisione fredda e immotivata dell’Albatro, che si configura come un crimine contro la natura e le leggi dell’ospitalità. Il neoplatonismo non a caso fornisce la base metafisica per la composizione di “The Rime of the Ancient Mariner”. Se alcuni riferimenti sono espliciti, almeno nella versione del 1817, grazie all’aggiunta della glossa, altri sono più criptici. In primo luogo, per quanto concerne la distinzione fra i molti e l’Uno, occorre notare come, nella “Rime”, l’Uno coincida con Dio, mentre i molti che popolano il poema sono numerosi e si distinguono in esseri umani e creature appartenenti al regno animale. Gli animali sembrano seguire una gerarchizzazione di chiaro stampo neoplatonico: essi sono divisi in quelli che vivono sul piano più alto, le creature del cielo (con al vertice l’Albatro, seguito dagli altri uccelli il cui canto è udito nella Part the Fifth) e quelli che si trovano al livello più basso, i serpenti marini, Anche la classificazione dei personaggi umani può essere riportata alle fonti neoplatoniche, nella fattispecie alla categorizzazione degli uomini offerta da Plotino, il quale, nelle Enneadi, distingue gli uomini in tre ordini, secondo il loro carattere e la loro personalità. Inoltre, allusioni neoplatoniche possono essere ravvisate nella struttura dell’opera. Il ciclo neoplatonico, infatti, si riflette nel processo tripartito di cambiamento interiore che conduce il Vecchio Marinaio dal peccato, attraverso la pena, al pentimento e alla redenzione. Se il ciclo neoplatonico di emanazione termina con il ritorno alla fonte, allo stesso modo sono presenti, nella “Rime”, diversi tipi di ritorno. Il primo è quello degli spiriti angelici all’Assoluto mentre il secondo è quello del Vecchio Marinaio alla terra natale. Oltre alle Enneadi, vi sono altre importanti fonti filosofiche alla base di “The Rime of the Ancient Mariner”, come il dialogo De operatione dæmonum, il cui autore, Michele Psello, viene menzionato nella glossa. In quest’opera, Psello classifica i demoni in sei specie, a seconda del luogo in cui vivono, e ne fornisce una descrizione accurata. Da questo testo, Coleridge ricava la classificazione dei demoni degli elementi, a cui fa riferimento nella glossa (aggiunta nell’edizione del 1817) e di cui diversi esempi ricorrono nel poemetto. Allusioni, sebbene più implicite, al neoplatonismo si ritrovano anche nella versione del 1798, dove affiorano reminiscenze sotterranee di Thomas Taylor, “the English Neoplatonist”, il più importante traduttore del misticismo neoplatonico, le cui teorie non erano sconosciute a Coleridge. I riferimenti a Taylor sono ravvisabili nella figura del “torch-bearer”, personaggio che compare nella sua opera dal titolo Dissertation on the Eleusinian and Bacchic Mysteries, dove viene identificato come l’interprete dei misteri. L’immagine della torcia è centrale in un passo della versione della “Rime” del 1798, poi, però, rimossa nelle edizioni successive. Alla luce di quanto esposto, “The Rime of the Ancient Mariner” appare, dunque, come fortemente influenzata dal neoplatonismo, senza però essere l’unico caso. Tematiche e figure neoplatoniche sono presenti anche nelle “Conversation Poems” e in “Religious Musings”, in cui i riferimenti al neoplatonismo non sono limitati alla sua forma antica ma appaiono anche nella mediazione dei Platonici di Cambridge e, in special modo, di Ralph Cudworth. In particolare, le “Conversation Poems” possono essere considerate la rappresentazione della poetica neoplatonica di Coleridge e presentano tutta una serie di elementi neoplatonici, a partire dalla forma che è circolare e tripartita e che ricorda, quindi, il ciclo neoplatonico. Oltre alla struttura, numerosi sono i parallelismi per quanto riguarda tanto i temi quanto le immagini. La prima delle “Conversation Poems” analizzata in questa tesi è “The Eolian Harp”, testo rappresentativo della tendenza di Coleridge a ritornare sui propri componimenti, dal momento che è stato rielaborato più volte. Anche il titolo ha subito modifiche, fino ad arrivare a quello finale in cui si avverte un richiamo a Plotino, in particolare all’Enneade IV, in cui si fa riferimento all’arpa. In ogni versione, tuttavia, sono presenti, in modo più o meno evidente, echi neoplatonici. Nella poesia viene raffigurato un universo armonioso, una visione olistica della natura, nonché allusioni panteistiche. Inoltre, nell’“Errata” contenuta in Sibylline Leaves, Coleridge aggiunge un passo sulla “One Life”, che ricava, con tutta probabilità, dai suoi studi neoplatonici al pari dell’immagine della gioia che richiama l’estasi e la contemplazione plotiniane. Diversi elementi fra quelli già menzionati ritornano anche nelle altre “Conversation Poems”. In “This lime-tree Bower my Prison” (1797) si notano allusioni panteistiche, riferimenti agli spiriti e un profondo senso di gioia; al pari, “Frost at Midnight” (1798) presenta sia echi neoplatonici, come la figura dell’Onnipotente, che panteistici. Elementi simili si ritrovano in “The Nightingale” (1798), in cui, in particolare, spicca il personaggio del “night-wandering man”, che ha tratti in comune con le anime le quali, secondo Plotino, provano nostalgia per l’Uno e aspirano a ritornarvi. In “Reflections on Having Left a Place of Retirement” (1795) il poeta trova, negli oggetti sensibili della natura, il modo per raggiungere lo spirito di essa attraverso l’immaginazione. Infine, in “Fears in Solitude” (1798), la natura è associata alla dolcezza e viene raffigurata un’atmosfera di gioia. Anche “Religious Musings” (composta fra il 1794 e il 1796) mostra risonanze neoplatoniche, combinate qui con elementi cristiani. Nella poesia, l’Onnipotente è descritto come “the ever-living One”, viene associato a un’atmosfera di luce e messo in contrapposizione ai “wretched Many”. Sono presenti, infine, riferimenti all’adorazione, alla contemplazione e all’estasi. Immagini e motivi neoplatonici ritornano in “Kubla Khan”, componimento pubblicato nel 1816, caratterizzato da svariate sfaccettature e in grado di offrire, quindi, diverse possibili interpretazioni. La critica lo ha prevalentemente analizzato, sotto il profilo filosofico, dalla prospettiva platonica, tralasciando quasi del tutto gli influssi neoplatonici di cui risente e le fonti neoplatoniche nei confronti delle quali mostra un debito: le Enneadi di Plotino, gli Oracoli Caldaici di Psello e De Antro Nympharum di Porfirio. Fra i simboli e le immagini di cui è pervasa la poesia, particolare attenzione va prestata al “pleasure dome”, che rappresenta la riconciliazione degli opposti e il luogo in cui il molteplice converge in un tutto armonioso, nell’unità. Il “pleasure dome” si configura anche come il luogo ideale per avere ispirazioni e visioni, oltre che per sperimentare la sensazione di profonda gioia, che Coleridge associa con lo stato di comunione con la natura o con l’Assoluto. In altre parole, seguendo la lettura neoplatonica, il “pleasure-dome” sarebbe il luogo privilegiato per entrare in contatto con l’Assoluto, per provare l’estasi. La componente del sacro può essere trovata anche nel “deep romantic chasm”, definito come un luogo selvaggio, sacro e incantato, caratterizzato dalla combinazione di elementi fra loro contrapposti, come il naturale e il soprannaturale, il naturale e l’artificiale, il bene e il male. Un’altra immagine particolarmente significativa è quella delle “caverns measureless to man”, dato che, nei tempi antichi, le caverne simboleggiavano tanto il mondo materiale quanto i poteri invisibili e in esse si celebravano i riti correlati ai misteri. L’immagine della caverna compare in svariate opere platoniche e neoplatoniche, ad esempio il Fedo di Platone e De Antro Nympharum di Porfirio. Le presenze demoniache in “Kubla Khan” sono altrettanto importanti. Esse si ravvisano nei seguenti personaggi: il “dæmon-lover”, la “damsel with a dulcimer” e, soprattutto, il poeta ispirato e posseduto, caratterizzato da “flashing eyes” e “floating hair”. Il “dæmon-lover”, pianto da una donna, è di chiara ispirazione neoplatonica e, inoltre, l’immagine di donne che piangono i loro amanti-demoni non è rara nelle poesie di Coleridge. Un’altra figura femminile dal potere ispiratore è la “damsel with a dulcimer”, poco oltre definita come una “Abyssinian Maid”. Questo personaggio è associato al motivo della musica, importante sia nella metafisica neoplatonica sia in “Kubla Khan”, in quanto la musica udita dal poeta nella visione dell’Abyssinian maid, se solo egli fosse in grado di riviverla, lo potrebbe infiammare di passione creativa che gli darebbe “flashing eyes” e “floating hair”. Gli occhi di fiamma e i capelli al vento sono le caratteristiche attribuite, nella poesia, al personaggio del poeta ispirato e posseduto, di solito studiato dalla critica in relazione ai dialoghi di Platone, Ion e Fedro. In tali opere si afferma che i poeti concepiscono splendide poesie non grazie alle loro abilità poetiche ma grazie alle Muse, da cui sono ispirati e posseduti. Se Platone è certamente una fonte, non è comunque la sola, dal momento che l’ispirazione e la possessione divina vengono affrontate anche da Psello negli Oracoli Caldaici. Secondo la lettura neoplatonica, perciò, il poeta raffigurato in “Kubla Khan” è un chiaro esempio di ispirazione demoniaca o, secondo la prospettiva plotiniana, è in uno stato di estasi. Infine, anche la rappresentazione del Paradiso così come emerge nella poesia sembra avere un debito verso fonti diverse. In primo luogo, esso è assimilabile agli Oracoli Caldaici, in cui viene descritto come il giardino delle contemplazioni e, in secondo luogo, può essere collegato all’idea plotiniana dell’incontro con l’Uno, da cui ha origine l’estasi. Il primo capitolo offre una cornice di riferimento sui reception studies e delinea lo sviluppo della teoria della ricezione, partendo dai contributi di diversi accademici e filosofi: in particolare Hans Robert Jauss, Wolfgang Iser, e Hans-Georg Gadamer. Il secondo capitolo affronta la ricezione e l’utilizzo dei Classici, del mito greco, delle tradizioni antiche del platonismo e del neoplatonismo da parte dei poeti romantici inglesi, mentre il terzo capitolo si concentra sulla fortuna del neoplatonismo in epoca romantica, sugli elementi principali di questa filosofia antica e su come essi pervadano anche temi e motivi romantici, come il viaggio circolare e la condizione di alienazione dell’uomo moderno. Il caso specifico di Coleridge e la sua relazione con il mondo classico vengono presentati nel capitolo quarto, che si focalizza principalmente sull’influsso delle teorie neoplatoniche sul pensiero del poeta-filosofo, con particolare attenzione all’elaborazione delle Dieci Tesi e di alcuni concetti fondamentali, come Fancy e Imagination, quest’ultima a sua volta differenziata in primary e secondary. Il capitolo quinto propone l’analisi neoplatonica di “The Rime of the Ancient Mariner”, per quanto concerne i temi e i personaggi: il ciclo cosmico neoplatonico di emanazione e ritorno alla fonte, la distinzione fra i molti e l’Uno e gli agenti spirituali e demoniaci. Il capitolo sesto si apre con l’analisi dell’influsso del neoplatonismo su Coleridge attraverso la mediazione dei Platonici di Cambridge e, nello specifico, di Ralph Cudworth, da cui il poeta ricava la distinzione tra Reason e Understanding, mentre la seconda parte del capitolo offre un’interpretazione neoplatonica delle “Conversation Poems” e di “Religious Musings”. Infine, il settimo e ultimo capitolo propone la lettura neoplatonica di “Kubla Khan”, un’opera complessa i cui simboli e le cui immagini evocano un numerose fonti, non da ultime quelle neoplatoniche.
Risonanze antiche nel pensiero e nella poesia di un romantico: S. T. Coleridge e il neoplatonismo / Alessandrini, M.C.. - (2019 Mar).
Risonanze antiche nel pensiero e nella poesia di un romantico: S. T. Coleridge e il neoplatonismo
ALESSANDRINI, MARIA CHIARA
2019-03-01
Abstract
ABSTRACT La tesi di Dottorato Risonanze antiche nel pensiero e nella poesia di un Romantico: S. T. Coleridge e il neoplatonismo, si inquadra nel campo dei cosiddetti reception studies e si propone di analizzare come il neoplatonismo, in generale, e il pensiero di Plotino, in particolare, abbiano influenzato fortemente la produzione filosofica e poetica di S. T. Coleridge. Uno studio di questo tipo non è ancora stato affrontato. Lo status di Coleridge come filosofo è, ad oggi, in genere riconosciuto; tuttavia, la critica si è concentrata prevalentemente sulla relazione fra il poeta romantico e diversi pensatori e teorie filosofiche (primi fra tutti Platone e l’Idealismo tedesco), tralasciando il debito nei confronti delle dottrine neoplatoniche o considerandolo aspetto marginale. In generale, l’influsso del neoplatonismo su Coleridge compare solo come riferimento all’interno di monografie riguardanti altri aspetti della sua attività speculativa e letteraria, mentre sono rari i testi critici che si concentrano in modo specifico su tale rapporto. La presente tesi intende colmare questa lacuna, proponendo l’interpretazione del sistema filosofico elaborato da Coleridge e della sua poesia in chiave neoplatonica. Lo studio si focalizza, pertanto, su come il neoplatonismo sia all’origine dei suoi concetti filosofici più rilevanti, discussi nella Biographia Literaria (1817) e in altre importanti opere in prosa, e come esso abbia giocato un ruolo fondamentale nella composizione di alcune delle sue poesie più conosciute. Per quanto riguarda i concetti filosofici, nella Biographia Literaria i riferimenti al neoplatonismo sono frequenti. In primo luogo, allusioni a Plotino emergono nell’investigazione da parte di Coleridge della “philosophical consciousness”, nelle caratteristiche attribuite al “transcendental philosopher” e nell’elaborazione delle Dieci Tesi presentate nel capitolo XII. Queste ultime possono, infatti, essere lette nella prospettiva plotiniana e non semplicemente in relazione a Schelling (aspetto sul quale la critica si è prevalentemente soffermata). In particolare, il parallelismo con Plotino è evidente nella sesta tesi, in cui il principio enunciato da Coleridge, definito “I AM”, mostra alcuni punti di contatto con la seconda ipostasi plotiniana, il NOUS. In secondo luogo, occorre notare che anche la distinzione fra Fancy e Imagination ha le sue radici nella tradizione filosofica antica, in diversi pensatori e, soprattutto, in Plotino, tanto da potersi affermare che è proprio il concetto di immaginazione del filosofo neoplatonico ad essere il predecessore di quello coleridgeano. Sia Plotino sia Coleridge, infatti, intendono l’immaginazione come uno “shaping spirit”, e la suddividono in due tipi: il filosofo antico opera una differenza tra immaginazione sensibile e concettuale, mentre il poeta e pensatore romantico elabora la nota distinzione fra primary e secondary Imagination. Infine, un’altra importante dicotomia che pervade l’opera di Coleridge è quella fra Reason e Understanding, che egli riprende dai Platonici di Cambridge e, in special modo, da Ralph Cudworth. Quest’ultimo evidenzia i limiti dell’Understanding mentre identifica l’unità fra Reason e il divino e definisce la ragione come la prima partecipazione di Dio. Allo stesso modo, Coleridge, in svariate opere, quali la Biographia Literaria, Table Talk, The Friend e Aids to Reflection, così come nelle lettere, affronta tale distinzione e vede nella Reason la facoltà umana più alta. Il neoplatonismo non è, però, alla base esclusivamente della produzione filosofica di Coleridge, ma, al contrario, pervade anche i temi, le immagini, i simboli e i personaggi di diverse sue poesie, come “The Rime of the Ancient Mariner” (nelle versioni del 1798 e del 1817), le “Conversation Poems” (scritte fra il 1795 e il 1798), “Religious Musings” (composta fra il 1794 e il 1796) e “Kubla Khan” (pubblicata nel 1816) Per poter individuare le radici neoplatoniche dei testi sopra menzionati, è necessario tenere presenti le maggiori fonti di questa filosofia antica, ossia le Enneadi di Plotino, il dialogo De operatione dæmonum (conosciuto anche come De Dæmonibus) e gli Oracoli Caldaici di Michele Psello, I misteri egiziani di Giamblico e De Antro Nympharum di Porfirio. Da tali opere, Coleridge riprende temi e personaggi e li riutilizza, in modo più o meno esplicito, nelle sue poesie. In ogni caso, Coleridge non è l’unico poeta del suo tempo a subire l’influsso del mondo antico. L’epoca romantica è, infatti, caratterizzata da quello che può essere definito un vero e proprio revival ellenico in generale e del mito greco in particolare. Questo rinnovato interesse per l’antica Grecia può essere considerato, innanzitutto, come parte della reazione contro la visione razionalista e meccanicista del mondo e dell’uomo moderno, che dominava nel XVIII secolo, e, secondariamente, come un aspetto del primitivismo e dell’idealismo diffusisi in Europa in quel periodo. Poeti come Blake, Wordsworth, Keats, Byron e Shelley utilizzano il mito classico nelle loro opere, in cui, inoltre, si ritrovano riferimenti al platonismo e al neoplatonismo. Numerosi sono, infatti, i parallelismi fra Romanticismo e neoplatonismo, primo fra tutti il ciclo neoplatonico di emanazione dei “molti” a partire dall’Uno e ritorno alla fonte (o epistrofe). Il rapporto fra i molti e l’Uno è al centro delle Enneadi. Come spiega Plotino, i molti derivano per emanazione dall’Uno, attraverso una serie di gradi di essere sempre meno perfetti mano a mano che ci si allontana dal principio iniziale. Dall’Uno, che sta al vertice e che è la prima delle ipostasi, procedono per emanazione tutte le altre realtà: l’Intelletto, l’Anima e, sul gradino più basso, la materia. La scala presentata è, pertanto, di crescente allontanamento dall’Uno e, di conseguenza, di crescente divisione e molteplicità. Plotino definisce anche le anime individuali che, cadute nei lacci della corporeità, provano una profonda nostalgia per l’Uno e aspirano a ritornarvi. Il ciclo neoplatonico rispecchia il viaggio circolare romantico, che inizia con l’allontanamento dalla fonte, o separazione dall’unione inziale con la natura, porta alla caduta nella molteplicità e si conclude con la riconciliazione finale. Inoltre, la nostalgia è una cifra distintiva tanto del neoplatonismo che del romanticismo. Non per niente, l’uomo moderno, che una volta era felice, è ora diviso dall’unione iniziale con la natura e, per questo motivo, si trova a soffrire una condizione di alienazione e desidera ritornare allo stato originario. Da quest’ottica, egli può essere messo a paragone con il cosiddetto “wandering man”, che prova un’inguaribile nostalgia di casa, come testimoniato tanto nella filosofia che nella letteratura dell’epoca. Esempi significativi in tal senso sono le poesie contenute nelle Lyrical Ballads, in cui la rappresentazione principale è il Vecchio Marinaio, personaggio fortemente alienato in conseguenza della colpa che ha commesso: l’uccisione fredda e immotivata dell’Albatro, che si configura come un crimine contro la natura e le leggi dell’ospitalità. Il neoplatonismo non a caso fornisce la base metafisica per la composizione di “The Rime of the Ancient Mariner”. Se alcuni riferimenti sono espliciti, almeno nella versione del 1817, grazie all’aggiunta della glossa, altri sono più criptici. In primo luogo, per quanto concerne la distinzione fra i molti e l’Uno, occorre notare come, nella “Rime”, l’Uno coincida con Dio, mentre i molti che popolano il poema sono numerosi e si distinguono in esseri umani e creature appartenenti al regno animale. Gli animali sembrano seguire una gerarchizzazione di chiaro stampo neoplatonico: essi sono divisi in quelli che vivono sul piano più alto, le creature del cielo (con al vertice l’Albatro, seguito dagli altri uccelli il cui canto è udito nella Part the Fifth) e quelli che si trovano al livello più basso, i serpenti marini, Anche la classificazione dei personaggi umani può essere riportata alle fonti neoplatoniche, nella fattispecie alla categorizzazione degli uomini offerta da Plotino, il quale, nelle Enneadi, distingue gli uomini in tre ordini, secondo il loro carattere e la loro personalità. Inoltre, allusioni neoplatoniche possono essere ravvisate nella struttura dell’opera. Il ciclo neoplatonico, infatti, si riflette nel processo tripartito di cambiamento interiore che conduce il Vecchio Marinaio dal peccato, attraverso la pena, al pentimento e alla redenzione. Se il ciclo neoplatonico di emanazione termina con il ritorno alla fonte, allo stesso modo sono presenti, nella “Rime”, diversi tipi di ritorno. Il primo è quello degli spiriti angelici all’Assoluto mentre il secondo è quello del Vecchio Marinaio alla terra natale. Oltre alle Enneadi, vi sono altre importanti fonti filosofiche alla base di “The Rime of the Ancient Mariner”, come il dialogo De operatione dæmonum, il cui autore, Michele Psello, viene menzionato nella glossa. In quest’opera, Psello classifica i demoni in sei specie, a seconda del luogo in cui vivono, e ne fornisce una descrizione accurata. Da questo testo, Coleridge ricava la classificazione dei demoni degli elementi, a cui fa riferimento nella glossa (aggiunta nell’edizione del 1817) e di cui diversi esempi ricorrono nel poemetto. Allusioni, sebbene più implicite, al neoplatonismo si ritrovano anche nella versione del 1798, dove affiorano reminiscenze sotterranee di Thomas Taylor, “the English Neoplatonist”, il più importante traduttore del misticismo neoplatonico, le cui teorie non erano sconosciute a Coleridge. I riferimenti a Taylor sono ravvisabili nella figura del “torch-bearer”, personaggio che compare nella sua opera dal titolo Dissertation on the Eleusinian and Bacchic Mysteries, dove viene identificato come l’interprete dei misteri. L’immagine della torcia è centrale in un passo della versione della “Rime” del 1798, poi, però, rimossa nelle edizioni successive. Alla luce di quanto esposto, “The Rime of the Ancient Mariner” appare, dunque, come fortemente influenzata dal neoplatonismo, senza però essere l’unico caso. Tematiche e figure neoplatoniche sono presenti anche nelle “Conversation Poems” e in “Religious Musings”, in cui i riferimenti al neoplatonismo non sono limitati alla sua forma antica ma appaiono anche nella mediazione dei Platonici di Cambridge e, in special modo, di Ralph Cudworth. In particolare, le “Conversation Poems” possono essere considerate la rappresentazione della poetica neoplatonica di Coleridge e presentano tutta una serie di elementi neoplatonici, a partire dalla forma che è circolare e tripartita e che ricorda, quindi, il ciclo neoplatonico. Oltre alla struttura, numerosi sono i parallelismi per quanto riguarda tanto i temi quanto le immagini. La prima delle “Conversation Poems” analizzata in questa tesi è “The Eolian Harp”, testo rappresentativo della tendenza di Coleridge a ritornare sui propri componimenti, dal momento che è stato rielaborato più volte. Anche il titolo ha subito modifiche, fino ad arrivare a quello finale in cui si avverte un richiamo a Plotino, in particolare all’Enneade IV, in cui si fa riferimento all’arpa. In ogni versione, tuttavia, sono presenti, in modo più o meno evidente, echi neoplatonici. Nella poesia viene raffigurato un universo armonioso, una visione olistica della natura, nonché allusioni panteistiche. Inoltre, nell’“Errata” contenuta in Sibylline Leaves, Coleridge aggiunge un passo sulla “One Life”, che ricava, con tutta probabilità, dai suoi studi neoplatonici al pari dell’immagine della gioia che richiama l’estasi e la contemplazione plotiniane. Diversi elementi fra quelli già menzionati ritornano anche nelle altre “Conversation Poems”. In “This lime-tree Bower my Prison” (1797) si notano allusioni panteistiche, riferimenti agli spiriti e un profondo senso di gioia; al pari, “Frost at Midnight” (1798) presenta sia echi neoplatonici, come la figura dell’Onnipotente, che panteistici. Elementi simili si ritrovano in “The Nightingale” (1798), in cui, in particolare, spicca il personaggio del “night-wandering man”, che ha tratti in comune con le anime le quali, secondo Plotino, provano nostalgia per l’Uno e aspirano a ritornarvi. In “Reflections on Having Left a Place of Retirement” (1795) il poeta trova, negli oggetti sensibili della natura, il modo per raggiungere lo spirito di essa attraverso l’immaginazione. Infine, in “Fears in Solitude” (1798), la natura è associata alla dolcezza e viene raffigurata un’atmosfera di gioia. Anche “Religious Musings” (composta fra il 1794 e il 1796) mostra risonanze neoplatoniche, combinate qui con elementi cristiani. Nella poesia, l’Onnipotente è descritto come “the ever-living One”, viene associato a un’atmosfera di luce e messo in contrapposizione ai “wretched Many”. Sono presenti, infine, riferimenti all’adorazione, alla contemplazione e all’estasi. Immagini e motivi neoplatonici ritornano in “Kubla Khan”, componimento pubblicato nel 1816, caratterizzato da svariate sfaccettature e in grado di offrire, quindi, diverse possibili interpretazioni. La critica lo ha prevalentemente analizzato, sotto il profilo filosofico, dalla prospettiva platonica, tralasciando quasi del tutto gli influssi neoplatonici di cui risente e le fonti neoplatoniche nei confronti delle quali mostra un debito: le Enneadi di Plotino, gli Oracoli Caldaici di Psello e De Antro Nympharum di Porfirio. Fra i simboli e le immagini di cui è pervasa la poesia, particolare attenzione va prestata al “pleasure dome”, che rappresenta la riconciliazione degli opposti e il luogo in cui il molteplice converge in un tutto armonioso, nell’unità. Il “pleasure dome” si configura anche come il luogo ideale per avere ispirazioni e visioni, oltre che per sperimentare la sensazione di profonda gioia, che Coleridge associa con lo stato di comunione con la natura o con l’Assoluto. In altre parole, seguendo la lettura neoplatonica, il “pleasure-dome” sarebbe il luogo privilegiato per entrare in contatto con l’Assoluto, per provare l’estasi. La componente del sacro può essere trovata anche nel “deep romantic chasm”, definito come un luogo selvaggio, sacro e incantato, caratterizzato dalla combinazione di elementi fra loro contrapposti, come il naturale e il soprannaturale, il naturale e l’artificiale, il bene e il male. Un’altra immagine particolarmente significativa è quella delle “caverns measureless to man”, dato che, nei tempi antichi, le caverne simboleggiavano tanto il mondo materiale quanto i poteri invisibili e in esse si celebravano i riti correlati ai misteri. L’immagine della caverna compare in svariate opere platoniche e neoplatoniche, ad esempio il Fedo di Platone e De Antro Nympharum di Porfirio. Le presenze demoniache in “Kubla Khan” sono altrettanto importanti. Esse si ravvisano nei seguenti personaggi: il “dæmon-lover”, la “damsel with a dulcimer” e, soprattutto, il poeta ispirato e posseduto, caratterizzato da “flashing eyes” e “floating hair”. Il “dæmon-lover”, pianto da una donna, è di chiara ispirazione neoplatonica e, inoltre, l’immagine di donne che piangono i loro amanti-demoni non è rara nelle poesie di Coleridge. Un’altra figura femminile dal potere ispiratore è la “damsel with a dulcimer”, poco oltre definita come una “Abyssinian Maid”. Questo personaggio è associato al motivo della musica, importante sia nella metafisica neoplatonica sia in “Kubla Khan”, in quanto la musica udita dal poeta nella visione dell’Abyssinian maid, se solo egli fosse in grado di riviverla, lo potrebbe infiammare di passione creativa che gli darebbe “flashing eyes” e “floating hair”. Gli occhi di fiamma e i capelli al vento sono le caratteristiche attribuite, nella poesia, al personaggio del poeta ispirato e posseduto, di solito studiato dalla critica in relazione ai dialoghi di Platone, Ion e Fedro. In tali opere si afferma che i poeti concepiscono splendide poesie non grazie alle loro abilità poetiche ma grazie alle Muse, da cui sono ispirati e posseduti. Se Platone è certamente una fonte, non è comunque la sola, dal momento che l’ispirazione e la possessione divina vengono affrontate anche da Psello negli Oracoli Caldaici. Secondo la lettura neoplatonica, perciò, il poeta raffigurato in “Kubla Khan” è un chiaro esempio di ispirazione demoniaca o, secondo la prospettiva plotiniana, è in uno stato di estasi. Infine, anche la rappresentazione del Paradiso così come emerge nella poesia sembra avere un debito verso fonti diverse. In primo luogo, esso è assimilabile agli Oracoli Caldaici, in cui viene descritto come il giardino delle contemplazioni e, in secondo luogo, può essere collegato all’idea plotiniana dell’incontro con l’Uno, da cui ha origine l’estasi. Il primo capitolo offre una cornice di riferimento sui reception studies e delinea lo sviluppo della teoria della ricezione, partendo dai contributi di diversi accademici e filosofi: in particolare Hans Robert Jauss, Wolfgang Iser, e Hans-Georg Gadamer. Il secondo capitolo affronta la ricezione e l’utilizzo dei Classici, del mito greco, delle tradizioni antiche del platonismo e del neoplatonismo da parte dei poeti romantici inglesi, mentre il terzo capitolo si concentra sulla fortuna del neoplatonismo in epoca romantica, sugli elementi principali di questa filosofia antica e su come essi pervadano anche temi e motivi romantici, come il viaggio circolare e la condizione di alienazione dell’uomo moderno. Il caso specifico di Coleridge e la sua relazione con il mondo classico vengono presentati nel capitolo quarto, che si focalizza principalmente sull’influsso delle teorie neoplatoniche sul pensiero del poeta-filosofo, con particolare attenzione all’elaborazione delle Dieci Tesi e di alcuni concetti fondamentali, come Fancy e Imagination, quest’ultima a sua volta differenziata in primary e secondary. Il capitolo quinto propone l’analisi neoplatonica di “The Rime of the Ancient Mariner”, per quanto concerne i temi e i personaggi: il ciclo cosmico neoplatonico di emanazione e ritorno alla fonte, la distinzione fra i molti e l’Uno e gli agenti spirituali e demoniaci. Il capitolo sesto si apre con l’analisi dell’influsso del neoplatonismo su Coleridge attraverso la mediazione dei Platonici di Cambridge e, nello specifico, di Ralph Cudworth, da cui il poeta ricava la distinzione tra Reason e Understanding, mentre la seconda parte del capitolo offre un’interpretazione neoplatonica delle “Conversation Poems” e di “Religious Musings”. Infine, il settimo e ultimo capitolo propone la lettura neoplatonica di “Kubla Khan”, un’opera complessa i cui simboli e le cui immagini evocano un numerose fonti, non da ultime quelle neoplatoniche.| File | Dimensione | Formato | |
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