Titolo: Agire e conoscere. La teoria dell’esperienza in Wilhelm Dilthey e John Dewey. L’intento della presente ricerca è quello di considerare i punti di vista comuni che si rintracciano tra Wilhelm Dilthey e John Dewey, e di confrontarne radici e sviluppi. La ricerca ha come suo oggetto di analisi la teoria dell’esperienza nei due filosofi. Abbiamo assunto a terreno d’indagine e confronto la “teoria dell’esperienza”, in quanto questa costituisce lo strumento con cui i nostri autori combattono i dualismi della tradizione e formulano la relazionalità di agire e conoscere. Anche se così circoscritto il tema dell’esperienza rimane ampio perché è alla base delle loro posizioni caratteristiche: la concezione della ragione in sviluppo nell’agire storico umano, la valorizzazione delle forme comunicative e comunitarie della socialità; la visione storica e trasformativa della realtà; la funzione euristica della scienza e della riflessione filosofica; l’agire fattore del conoscere. La tesi si articola in cinque capitoli e in un’appendice conclusiva. Il primo capitolo delinea una mappa dei riferimenti filosofici comuni dei due pensatori, oggetto della ricerca, nel contesto storico-filosofico tra gli ultimi decenni dell’ottocento e i primi del novecento. La caratterizzazione dei temi si apre con il dibattito sulle scienze della natura e sulle scienze dello spirito, che ha avuto come suo punto centrale l’Università di Berlino, luogo d’incontro di studiosi europei e filosofi americani (Georg Sylvester Morris, William James, Georg Herbert Mead). Morris negli anni precedenti all’insegnamento alla Johns Hopkins, affinò qui le sue conoscenze su Hegel e frequentò le lezioni di F. A. Trendelenburg (1867/68), portando con sé questi interessi di ritorno negli Stati Uniti. E ancora a Berlino James e Dilthey si incontrarono nel 1867 nella casa di Hermann Grimm; e in questa città tra il 1889 e il 1890 il giovane studente Georg Herbert Mead soggiornò quattro semestri, frequentando anche i corsi tenuti da Dilthey. Con il secondo capitolo comincia l’analisi della nozione di esperienza nei due pensatori; analisi che prosegue nel terzo e quarto capitolo. Il centro del secondo capitolo è costituito dalle critiche mosse da Dilthey e Dewey alle concezioni formaliste, astratte e intellettualiste dell’esperienza, dominanti nella filosofia moderna, soffermandosi in particolare sull’attacco sferrato alla concezione rappresentativa dell’esperienza (pars destruens). In tale modo si è ricavato un quadro dei problemi che portano il filosofo tedesco a formulare in modo nuovo la scoperta moderna della fondazione soggettiva (di cui egli mira a superare la visione ristretta) e, il filosofo americano a riappropriarsi della scoperta moderna del metodo sperimentale. Il terzo capitolo illustra i nuclei della teoria dell’esperienza con cui i due filosofi cercano di risolvere il problema della sua unità (pars costruens). Il superamento dei dualismi (soggetto-oggetto, forma-materia, anima-corpo) si compie in entrambi con un appello alla esperienza, integrale e concreta, nella quale i processi esperienziali sono «connessioni» e «situazioni» strutturate di momenti volitivi, emotivi e cognitivi. Entrambi i filosofi rivendicano il carattere storico di queste strutture relazionali. L’esame della continuità e del nesso delle componenti esperienziali viene poi ripreso nel quarto capitolo, in cui si mettono a fuoco due momenti specifici della teoria dell’esperienza di Dilthey e di Dewey: la teoria della struttura e quella del circuito sensorio-motorio. La prima tipizza nella «struttura» un modello dell’esperienza i cui processi sono scanditi e teleologicamente orientati nel ritmo vitale di una unità psico-fisica. La seconda, nell’idea del «circuito», mette in primo piano il carattere contestuale e proiettivo dell’esperienza e il valore cognitivo dell’errore e dell’incertezza (motivo sviluppato nello strumentalismo). La concezione organicistica dell’esperienza, nella quale i singoli momenti non sono pezzi discreti ma funzioni, isolabili, di un processo di interrelazione più ampio, che abbraccia il sé e l’ambiente, è un’acquisizione comune per prospettare il nesso di agire e conoscere; e la funzione cognitiva di questo nesso nei processi di apprendimento. La dinamica di questa interrelazione, che si chiami «struttura» o «circuito sensorio-motorio», è caratterizzata dalla reciprocità effettuale di spontaneità e passività, della soggettività propria e dell’alterità. Questa dinamica è anche il modo con cui i due filosofi, in critica al determinismo, integrano gli aspetti creativi dell’esperienza, pur nel condizionamento sociale-ambientale in cui l’uomo viene a trovarsi. Lo slittamento nei capitoli secondo terzo e quarto del baricentro della nozione di esperienza, dalla problematica logico-gnoseologica a quella antropologica, costituisce il tema del quinto capitolo. Il confronto con la modernità, con cui si è avviata l’analisi, prosegue ora sotto il profilo del metodo. Il metodo «descrittivo e analitico» e «denotativo» sono gli strumenti che i due filosofi impiegano per dissolvere le concezioni metafisiche dell’esperienza, che hanno preteso di risolverne la dinamica esperienziale nella legge di causalità. Nell’appendice conclusiva si tirano le somme del nesso di agire e conoscere, sotto il profilo della riflessività dell’esperienza e della continuità di esperienza e natura.
Agire e conoscere. La teoria dell'esperienza in Wilhelm Dilthey e John Dewey / Lanzafame, R.. - (2011).
Agire e conoscere. La teoria dell'esperienza in Wilhelm Dilthey e John Dewey
LANZAFAME, ROSA
2011-01-01
Abstract
Titolo: Agire e conoscere. La teoria dell’esperienza in Wilhelm Dilthey e John Dewey. L’intento della presente ricerca è quello di considerare i punti di vista comuni che si rintracciano tra Wilhelm Dilthey e John Dewey, e di confrontarne radici e sviluppi. La ricerca ha come suo oggetto di analisi la teoria dell’esperienza nei due filosofi. Abbiamo assunto a terreno d’indagine e confronto la “teoria dell’esperienza”, in quanto questa costituisce lo strumento con cui i nostri autori combattono i dualismi della tradizione e formulano la relazionalità di agire e conoscere. Anche se così circoscritto il tema dell’esperienza rimane ampio perché è alla base delle loro posizioni caratteristiche: la concezione della ragione in sviluppo nell’agire storico umano, la valorizzazione delle forme comunicative e comunitarie della socialità; la visione storica e trasformativa della realtà; la funzione euristica della scienza e della riflessione filosofica; l’agire fattore del conoscere. La tesi si articola in cinque capitoli e in un’appendice conclusiva. Il primo capitolo delinea una mappa dei riferimenti filosofici comuni dei due pensatori, oggetto della ricerca, nel contesto storico-filosofico tra gli ultimi decenni dell’ottocento e i primi del novecento. La caratterizzazione dei temi si apre con il dibattito sulle scienze della natura e sulle scienze dello spirito, che ha avuto come suo punto centrale l’Università di Berlino, luogo d’incontro di studiosi europei e filosofi americani (Georg Sylvester Morris, William James, Georg Herbert Mead). Morris negli anni precedenti all’insegnamento alla Johns Hopkins, affinò qui le sue conoscenze su Hegel e frequentò le lezioni di F. A. Trendelenburg (1867/68), portando con sé questi interessi di ritorno negli Stati Uniti. E ancora a Berlino James e Dilthey si incontrarono nel 1867 nella casa di Hermann Grimm; e in questa città tra il 1889 e il 1890 il giovane studente Georg Herbert Mead soggiornò quattro semestri, frequentando anche i corsi tenuti da Dilthey. Con il secondo capitolo comincia l’analisi della nozione di esperienza nei due pensatori; analisi che prosegue nel terzo e quarto capitolo. Il centro del secondo capitolo è costituito dalle critiche mosse da Dilthey e Dewey alle concezioni formaliste, astratte e intellettualiste dell’esperienza, dominanti nella filosofia moderna, soffermandosi in particolare sull’attacco sferrato alla concezione rappresentativa dell’esperienza (pars destruens). In tale modo si è ricavato un quadro dei problemi che portano il filosofo tedesco a formulare in modo nuovo la scoperta moderna della fondazione soggettiva (di cui egli mira a superare la visione ristretta) e, il filosofo americano a riappropriarsi della scoperta moderna del metodo sperimentale. Il terzo capitolo illustra i nuclei della teoria dell’esperienza con cui i due filosofi cercano di risolvere il problema della sua unità (pars costruens). Il superamento dei dualismi (soggetto-oggetto, forma-materia, anima-corpo) si compie in entrambi con un appello alla esperienza, integrale e concreta, nella quale i processi esperienziali sono «connessioni» e «situazioni» strutturate di momenti volitivi, emotivi e cognitivi. Entrambi i filosofi rivendicano il carattere storico di queste strutture relazionali. L’esame della continuità e del nesso delle componenti esperienziali viene poi ripreso nel quarto capitolo, in cui si mettono a fuoco due momenti specifici della teoria dell’esperienza di Dilthey e di Dewey: la teoria della struttura e quella del circuito sensorio-motorio. La prima tipizza nella «struttura» un modello dell’esperienza i cui processi sono scanditi e teleologicamente orientati nel ritmo vitale di una unità psico-fisica. La seconda, nell’idea del «circuito», mette in primo piano il carattere contestuale e proiettivo dell’esperienza e il valore cognitivo dell’errore e dell’incertezza (motivo sviluppato nello strumentalismo). La concezione organicistica dell’esperienza, nella quale i singoli momenti non sono pezzi discreti ma funzioni, isolabili, di un processo di interrelazione più ampio, che abbraccia il sé e l’ambiente, è un’acquisizione comune per prospettare il nesso di agire e conoscere; e la funzione cognitiva di questo nesso nei processi di apprendimento. La dinamica di questa interrelazione, che si chiami «struttura» o «circuito sensorio-motorio», è caratterizzata dalla reciprocità effettuale di spontaneità e passività, della soggettività propria e dell’alterità. Questa dinamica è anche il modo con cui i due filosofi, in critica al determinismo, integrano gli aspetti creativi dell’esperienza, pur nel condizionamento sociale-ambientale in cui l’uomo viene a trovarsi. Lo slittamento nei capitoli secondo terzo e quarto del baricentro della nozione di esperienza, dalla problematica logico-gnoseologica a quella antropologica, costituisce il tema del quinto capitolo. Il confronto con la modernità, con cui si è avviata l’analisi, prosegue ora sotto il profilo del metodo. Il metodo «descrittivo e analitico» e «denotativo» sono gli strumenti che i due filosofi impiegano per dissolvere le concezioni metafisiche dell’esperienza, che hanno preteso di risolverne la dinamica esperienziale nella legge di causalità. Nell’appendice conclusiva si tirano le somme del nesso di agire e conoscere, sotto il profilo della riflessività dell’esperienza e della continuità di esperienza e natura.| File | Dimensione | Formato | |
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AGIRE E CONOSCERE. LA TEORIA DELL'ESPERIENZA IN W. DILTHEY E J. DEWEY di R. Lanzafame.pdf
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