“Language is the dress of thought”: questo affermava il letterato britannico Samuel Johnson a fine Ottocento. Tale formula, profondamente icastica, appare, diventando famosa, in una delle sue opere più celebri, Lives of the most eminent english poets (1779-81), anche se, nel suo valore metaforico quasi immanente, era stata usata – ad esempio – già più di un secolo prima (nel 1750) in una lettera di Lord Philip D. Stanhope, conte di Chesterfield, al figlio: “Words are the dress of thoughts; which should no more be presented in rags, tatters, and dirt than your person should”. Questa espressione quasi prefigura, a parere dello scrivente, almeno idealmente, il lungo processo di riscatto della dignità delle lingue segnate, e dei loro utilizzatori, nella recente contemporaneità, a un secolo di distanza da quando furono formalizzate: l’idea che lingue-vestito diverse possano rivestire il Pensiero, prefigurando l’intuizione chomskiana di un piano superficiale in cui si “incarna” la logica profonda, non ha sicuramente ostato alla presa di coscienza, all’interno del contesto più ortodosso della moderna linguistica, del fatto che quelle segnate siano da riconoscere come lingue a tutti gli effetti, al di là della fisicità concreta dovuta alla diversità di canale, la cui sostanza materica vede per quelle vocali ossigeno e azoto a confezionare un vestito di suono, per quelle segnate fotoni a crearne uno di luce.
C’è lingue e Lingua. Per un passaggio dall’isomorfismo all’isofunzionalismo / Astori, D.. - (2025), pp. 35-47.
C’è lingue e Lingua. Per un passaggio dall’isomorfismo all’isofunzionalismo
Davide Astori
2025-01-01
Abstract
“Language is the dress of thought”: questo affermava il letterato britannico Samuel Johnson a fine Ottocento. Tale formula, profondamente icastica, appare, diventando famosa, in una delle sue opere più celebri, Lives of the most eminent english poets (1779-81), anche se, nel suo valore metaforico quasi immanente, era stata usata – ad esempio – già più di un secolo prima (nel 1750) in una lettera di Lord Philip D. Stanhope, conte di Chesterfield, al figlio: “Words are the dress of thoughts; which should no more be presented in rags, tatters, and dirt than your person should”. Questa espressione quasi prefigura, a parere dello scrivente, almeno idealmente, il lungo processo di riscatto della dignità delle lingue segnate, e dei loro utilizzatori, nella recente contemporaneità, a un secolo di distanza da quando furono formalizzate: l’idea che lingue-vestito diverse possano rivestire il Pensiero, prefigurando l’intuizione chomskiana di un piano superficiale in cui si “incarna” la logica profonda, non ha sicuramente ostato alla presa di coscienza, all’interno del contesto più ortodosso della moderna linguistica, del fatto che quelle segnate siano da riconoscere come lingue a tutti gli effetti, al di là della fisicità concreta dovuta alla diversità di canale, la cui sostanza materica vede per quelle vocali ossigeno e azoto a confezionare un vestito di suono, per quelle segnate fotoni a crearne uno di luce.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


