Quella della libertas philosophandi è una delle grandi questioni che segna in modo profondo la coscienza moderna. L’idea che il pensiero e l’indagine naturale possano progredire solo se esercitati in modo autonomo rispetto ai condizionamenti delle istituzioni e delle tradizioni culturali e religiose dominanti in una determinata epoca affonda le sue radici nelle discussioni rinascimentali sul rapporto tra filosofia e teologia, ricerca scientifica e Sacre Scritture. In tale dibattito si distinguono per importanza e incisività le voci di Giordano Bruno, Galileo Galilei e Tommaso Campanella. Si tratta di autori che pur nella diversità di dottrine e condizioni risultano accomunati su tre fronti. In primo luogo, condividono un forte spirito critico nei confronti della filosofia aristotelica e un netto rifiuto del principio di autorità legato alla figura dello Stagirita. Secondariamente, conoscono e discutono l’opera di Copernico: Bruno e Galileo nel tentativo di confermare con ragioni filosofiche e sperimentali il modello eliocentrico, Campanella senza arrivarne a una piena accettazione, a causa della matrice telesiana della sua filosofia naturale, che gli rendeva difficile approvare l’ipotesi del moto della Terra. Che la nozione di libertà di pensiero emerga nel corso del dibattito sulla nuova astronomia è confermato dalla fortuna della massima di Alcinoo per cui «oportet praeterea liberali animo philosophum esse». Non è senza significato ricordare che la sentenza figura in lingua greca tanto sul frontespizio della Narratio prima di Georg Joachim Rheticus (ma l’astronomo richiamerà il motto anche in conclusione dell’opera), quanto su quello della Dissertatio cum Nuncio sidereo di Johann Kepler (1610). Infine, seppur in termini e con esiti diversi, Bruno, Galileo e Campanella hanno dovuto sostenere un duro scontro con la Chiesa di Roma.
Sulla conquista e difesa della ‘libertas philosophandi' / Russo, I.. - III:(2025), pp. 1033-1044.
Sulla conquista e difesa della ‘libertas philosophandi'
Ilenia Russo
2025-01-01
Abstract
Quella della libertas philosophandi è una delle grandi questioni che segna in modo profondo la coscienza moderna. L’idea che il pensiero e l’indagine naturale possano progredire solo se esercitati in modo autonomo rispetto ai condizionamenti delle istituzioni e delle tradizioni culturali e religiose dominanti in una determinata epoca affonda le sue radici nelle discussioni rinascimentali sul rapporto tra filosofia e teologia, ricerca scientifica e Sacre Scritture. In tale dibattito si distinguono per importanza e incisività le voci di Giordano Bruno, Galileo Galilei e Tommaso Campanella. Si tratta di autori che pur nella diversità di dottrine e condizioni risultano accomunati su tre fronti. In primo luogo, condividono un forte spirito critico nei confronti della filosofia aristotelica e un netto rifiuto del principio di autorità legato alla figura dello Stagirita. Secondariamente, conoscono e discutono l’opera di Copernico: Bruno e Galileo nel tentativo di confermare con ragioni filosofiche e sperimentali il modello eliocentrico, Campanella senza arrivarne a una piena accettazione, a causa della matrice telesiana della sua filosofia naturale, che gli rendeva difficile approvare l’ipotesi del moto della Terra. Che la nozione di libertà di pensiero emerga nel corso del dibattito sulla nuova astronomia è confermato dalla fortuna della massima di Alcinoo per cui «oportet praeterea liberali animo philosophum esse». Non è senza significato ricordare che la sentenza figura in lingua greca tanto sul frontespizio della Narratio prima di Georg Joachim Rheticus (ma l’astronomo richiamerà il motto anche in conclusione dell’opera), quanto su quello della Dissertatio cum Nuncio sidereo di Johann Kepler (1610). Infine, seppur in termini e con esiti diversi, Bruno, Galileo e Campanella hanno dovuto sostenere un duro scontro con la Chiesa di Roma.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


