Agostino Rocca Nacque a Milano il 25 maggio 1895, da Giuseppe, ingegnere della Società Ferrovie dell'Alta Italia e dal 1905 delle Ferrovie dello Stato, e da Enrichetta Sismondo, figlia di Filippo, tenente generale, senatore e comandante dell'arma dei carabinieri fra il 1904 e il 1908. Agostino fu il terzo di quattro figli: Elisa, nel 1892; Carlo, nel 1893 (deceduto nel 1903); Enrico, nel 1898. La famiglia paterna, originaria di Loano nel Ponente ligure, svolse attività armatoriale e mercantile nel Mediterraneo fino all'ultimo quarto del secolo XIX. Nel 1908 il padre divenne capo-divisione del dipartimento di Reggio Calabria. Il 28 dicembre 1908 il terremoto distrusse la città. Agostino, Enrico ed Elisa rimasero illesi, mentre persero la vita entrambi i genitori. Rocca visse con il nonno materno, studiando prima a Roma e poi, nel 1909, ad Asti. Nel 1910, al termine del ginnasio, egli proseguì gli studi liceali al Collegio militare di Roma. Nel 1913, dopo la maturità, entrò all'Accademia militare di Torino. In quegli anni Agostino perfezionò la propria formazione intellettuale. Egli si abbonò a La Voce, la rivista fondata nel 1908 da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, apprezzandone l'approccio anticonformista e le battaglie d'avanguardia nella cultura e in politica. Come molti altri giovani della sua generazione simpatizzò con il movimento nazionalista, non condividendo lo stile di governo di Giovanni Giolitti. Dopo l'intervento dell'Italia in guerra divenne sottotenente d'artiglieria. Nel dicembre 1915 fu inviato in Albania. Alla fine del 1916 rientrò in Italia, assegnato alla linea del fronte di Gorizia. Nell'estate 1917 Agostino si iscrisse al Politecnico di Milano. Dopo Caporetto fu dislocato nella zona del Monte Grappa. Nella primavera 1918 ottenne il trasferimento negli arditi. Terminò il conflitto con il grado di capitano e gli furono attribuite una medaglia d'argento al valore e due croci di guerra. Fu poi dislocato in Libia e nell'autunno 1919 sul confine con la Jugoslavia. Alla fine del 1919 chiese di essere posto nel ruolo degli ufficiali ausiliari e raggiunse Milano per completare gli studi. Egli si laureò ingegnere industriale nel maggio 1921. In quel mese sposò Maria Queirazza, figlia di un dirigente della Banca commerciale italiana, dal matrimonio con la quale nacquero i figli Anna Maria e Roberto. Nell'agosto 1922 fu assunto alla Dalmine. Il primo dicembre 1923 decadde definitivamente dal ruolo degli ufficiali effettivi e aderì al Partito nazionale fascista. Alla Dalmine divenne ingegnere capo nel 1925. Egli si distinse come innovatore tecnologico, approfondendo la più recente letteratura internazionale e compiendo numerosi viaggi di studio all'estero, e, in particolare, in Germania e negli Stati Uniti, paesi di cui ammirava la razionalizzazione produttiva e l'organizzazione manageriale delle imprese industriali. Giuseppe Toeplitz lo volle all'ufficio tecnico-industriale della Banca commerciale italiana. La svolta decisiva della carriera di Rocca coincise con il suo ingresso nella Sofindit, la finanziaria creata per rilevare le partecipazioni azionarie della banca dopo la grande crisi, ove egli curò la gestione e la ristrutturazione della Terni, Unes e Sip. L'IRI incorporò la Sofindit. Rocca entrò a far parte della nuova holding pubblica, e fu, dapprima, consigliere d'amministrazione e componente del comitato direttivo della Dalmine, e, nel 1935, amministratore delegato della stessa società nonché dell'Ansaldo e della nuova Società italiana acciaierie di Cornigliano (Siac). Nel 1934 egli divenne segretario del Comitato tecnico per lo studio dei problemi della siderurgia bellica speciale, ove sostenne le concezioni di Oscar Sinigaglia, dal 1932 presidente dell'Ilva, che riteneva che il settore dovesse essere radicalmente riorganizzato puntando sulla produzione di acciaio a ciclo integrale e sull'aumento delle dimensioni degli impianti. Il piano si arenò sia per le resistenze all'interno dell'Ilva sia per l'opposizione degli industriali privati guidati da Falck. Nel marzo 1935 Sinigaglia si ritirò a vita privata. Il progetto fu rilanciato dopo che il duce varò il 23 marzo 1936 <<il piano regolatore della nuova economia italiana>> in cui aveva delineato i punti fondamentali dell'autarchia. Rocca, sostenuto da Beneduce e Menichella, convinse Mussolini ad avviare la siderurgia a ciclo integrale sia perché la concentrazione in pochi grandi impianti avrebbe razionalizzato la produzione e ridotto gli sprechi e i costi, in linea con l'indicazione del duce di creare nell'industria pesante <<grandi unità>>, definite come <<industrie-chiavi>>, sia perché l'Italia si sarebbe affrancata dalla dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento del rottame. Nel 1937 l'IRI divenne un ente permanente e fu costituita la Finsider, la finanziaria preposta sia al coordinamento tecnico delle imprese siderurgiche pubbliche sia alla raccolta tramite obbligazioni delle risorse necessarie per gli investimenti, di cui Rocca divenne direttore generale. Nel 1939 egli fu eletto alla Camera dei fasci e delle corporazioni. Il programma siderurgico fu ridimensionato dal nuovo presidente dell'IRI, Francesco Giordani. Rocca si dimise dalla carica di direttore generale della Finsider. Durante il conflitto ebbe accesi scontri con i vertici dell'IRI proprio perché non si stava facendo abbastanza per migliorare la produttività e contenere i costi, mantenendo in vita anche gli impianti più obsoleti, denunciando ripetutamente le carenze del sistema di pianificazione della produzione bellica, e sottolineando la mancanza di un <<piano organico>> e di un vero e proprio <<comando unico>> (ACS, Asiri, N, b. 30, La produzione bellica e le assegnazioni di materiale, 24 agosto 1942). Nel marzo 1941 abbandonò i consigli di amministrazione di Finsider, Terni, Ilva e Siac e si concentrò sulla gestione dell'Ansaldo e della Dalmine. Nei quarantacinque giorni del governo Badoglio presentò un programma dell'Ansaldo per il dopoguerra e fece pubblicare e diffondere all'interno dell'impresa la costituzione dell'Urss come utile contributo <<a scopo di cultura e informazione>> (ACS, MI, DGPS, DAGR, Segreteria del Capo della Polizia Rsi, b. 49, f. 945, Ansaldo Dic/Stu, segnalazione n. 107, 27 agosto 1943), sottolineando che il partito comunista esercitava una <<disciplina di ferro>> all'interno del sistema produttivo, e non celando la sua ammirazione per i grandi stabilimenti siderurgici costruiti dai sovietici. Nel novembre 1943 egli rifiutò la carica di ministro della Produzione bellica offertagli da Mussolini, denunciando nella lettera di risposta che neanche il regime fascista aveva risolto la grande <<indisciplina>> ( ACS, SPD, Rsi, b. 15, f. 70, Rocca a Graziani, 6 novembre 1943) che caratterizzava l'industria italiana, che aveva ostacolato la <<razionalizzazione della produzione, dei concentramenti industriali, dell'accentramento di comando, della messa in comune di brevetti e procedimenti e del trasferimento di macchine e tecnici da uno stabilimento all'altro>>. I fascisti repubblicani lo arrestarono nella primavera 1944, ma dovettero rilasciarlo per l'immediato intervento dei tedeschi. Rocca fece parte di un apposito comitato per la riconversione nel dopoguerra, istituito segretamente dall'IRI. Egli cercò di garantire almeno una parziale continuità della produzione e lottò per impedire la distruzione degli impianti da parte delle truppe germaniche, avviando contatti con i partigiani. Il suo carisma come capo d'impresa restò intatto agli occhi delle maestranze, perché, al di là delle divergenze ideologiche, gli era riconosciuto di aver garantito, oltre alla sopravvivenza degli stabilimenti, anche l'assistenza sociale e il sostentamento agli operai e alle loro famiglie. Il 27 aprile 1945 il nuovo prefetto di Milano, Riccardo Lombardi, firmò un mandato di arresto a suo carico. Rocca scampò al carcere perché si nascose in una casa privata. Più tardi riottenne la libertà. Nell'estate 1945 scrisse a Sinigaglia (nuovo capo della Finsider) esplicitando la propria filosofia industriale. Rocca riteneva che l'Italia non avrebbe potuto divenire mai un paese siderurgico moderno con <<mentalità nazionalistica>> (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a Sinigaglia, 7 giugno 1945), per via della scarsezza delle materie prime e delle dimensioni del mercato interno, ma doveva integrarsi in una più vasta area economica che comprendesse il Nord Europa e l'Africa settentrionale. Solo lo stato avrebbe potuto attuare questa rivoluzione, in parte già avviata con lo stabilimento a ciclo integrale di Cornigliano, vista l'inadeguatezza della siderurgia privata, <<vissuta sempre alle spalle del paese sotto la protezione di altissime tariffe doganali e di consorzi di produzione>>. La sua disistima verso quella che definiva la <<plutocrazia italiana>> era assoluta, e ne stigmatizzava le subdole manovre politiche utilizzate per opporsi alla logica economica del suo piano. Il programma avrebbe dovuto essere realizzato dalla Finsider. Egli auspicava che l'IRI fosse conservato e sperava anzi che assorbisse tutti gli enti dello stato, come l'AGIP, salvaguardandone però la natura privatistica della gestione industriale, così come era stata congegnata dai suoi ideatori, escludendo assolutamente qualsiasi intromissione della burocrazia pubblica. Il potenziamento della siderurgia avrebbe altresì rafforzato la capacità dell'industria meccanica di competere all'estero. L'ultima raccomandazione era quella di proseguire nell'opera di formazione di un nuovo tipo di manager industriale visto il <<basso livello dei dirigenti italiani [...] tecnico [...] generale e organizzativo>> (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a Sinigaglia, 21 giugno 1945). Rocca fu un convinto <<corporatista>>. La sua idea del rapporto tra stato e capitalismo era affine a quella di Walther Rathenau. Come lui concepiva un'economia di piano mista, penetrata da una volontà di solidarietà sociale. Fulcro ne sarebbe stata la moderna grande impresa industriale, pubblica e privata, la cui redditività, frutto della crescente efficienza, oltre a rafforzarne la gestione, sarebbe stata in parte indirizzata verso un dividendo collettivo che avrebbe assicurato l'armonia nazionale. Rocca, pur non condividendo l'idea della socializzazione delle aziende perché avrebbe dissolto l'iniziativa e il rischio d'impresa individuali, essenza dello spirito capitalistico, era però favorevole all'istituzione di forme di consultazione dei lavoratori per accrescerne la cooperazione e incentivarne il senso di responsabilità. Rocca fu prosciolto il 5 febbraio 1946. Nel novembre 1945 fondò a Milano la Compagnia tecnica internazionale (poi Techint in Argentina dal 1947) per progettare, costruire e montare impianti industriali, basati <<su progetti italiani e a mezzo di tecnici>> nazionali in patria e all'estero (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a IRI, 6 novembre 1945). Egli si offrì come intermediario in Sud America per l'Ufficio sviluppo esportazione (Use), creato nella primavera 1946 dall'IRI e dalla Fiat per promuovere le vendite all'estero dei rispettivi gruppi, ma le trattative non ebbero effetto positivo. All'inizio Rocca optò per il mercato argentino perché offriva opportunità allettanti. Proprio in quegli anni Juan Domingo Peron, ammiratore del corporativismo fascista, concepì il programma di industrializzazione che avrebbe dovuto trasformare l'economia, mediante la pianificazione centralizzata, procedendo alla nazionalizzazione della banca centrale e delle imprese di pubblica utilità, allontanando dal paese i capitalisti britannici e statunitensi. Il governo affidò alla Techint la costruzione del gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires, concluso nel dicembre 1949. In seguito la compagnia costituì una società assieme alla Dalmine (Dalmine-Safta) per fabbricare tubi nello stabilimento di Campana, inaugurato nel 1954. Nel decennio successivo le energie di Rocca furono indirizzate verso una nuova impresa, la Propulsora Siderurgica, che avrebbe dovuto avviare la produzione di acciaio a ciclo integrale. Techint diversificò la propria attività verso altri paesi dell'America Latina come Messico e Brasile (Dino Grandi ne fu inizialmente a capo della filiale) e anche nel resto del mondo. Nel 1966 Rocca fu nominato cavaliere del lavoro. Nel novembre 1968 egli cedette la presidenza effettiva per assumere quella onoraria, che abbandonò nel novembre 1975. Morì a Buenos Aires il 17 febbraio 1978.

Rocca Agostino / Podesta', Gian Luca. - STAMPA. - 88:(2017), pp. 15-19.

Rocca Agostino

PODESTA', Gian Luca
2017-01-01

Abstract

Agostino Rocca Nacque a Milano il 25 maggio 1895, da Giuseppe, ingegnere della Società Ferrovie dell'Alta Italia e dal 1905 delle Ferrovie dello Stato, e da Enrichetta Sismondo, figlia di Filippo, tenente generale, senatore e comandante dell'arma dei carabinieri fra il 1904 e il 1908. Agostino fu il terzo di quattro figli: Elisa, nel 1892; Carlo, nel 1893 (deceduto nel 1903); Enrico, nel 1898. La famiglia paterna, originaria di Loano nel Ponente ligure, svolse attività armatoriale e mercantile nel Mediterraneo fino all'ultimo quarto del secolo XIX. Nel 1908 il padre divenne capo-divisione del dipartimento di Reggio Calabria. Il 28 dicembre 1908 il terremoto distrusse la città. Agostino, Enrico ed Elisa rimasero illesi, mentre persero la vita entrambi i genitori. Rocca visse con il nonno materno, studiando prima a Roma e poi, nel 1909, ad Asti. Nel 1910, al termine del ginnasio, egli proseguì gli studi liceali al Collegio militare di Roma. Nel 1913, dopo la maturità, entrò all'Accademia militare di Torino. In quegli anni Agostino perfezionò la propria formazione intellettuale. Egli si abbonò a La Voce, la rivista fondata nel 1908 da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, apprezzandone l'approccio anticonformista e le battaglie d'avanguardia nella cultura e in politica. Come molti altri giovani della sua generazione simpatizzò con il movimento nazionalista, non condividendo lo stile di governo di Giovanni Giolitti. Dopo l'intervento dell'Italia in guerra divenne sottotenente d'artiglieria. Nel dicembre 1915 fu inviato in Albania. Alla fine del 1916 rientrò in Italia, assegnato alla linea del fronte di Gorizia. Nell'estate 1917 Agostino si iscrisse al Politecnico di Milano. Dopo Caporetto fu dislocato nella zona del Monte Grappa. Nella primavera 1918 ottenne il trasferimento negli arditi. Terminò il conflitto con il grado di capitano e gli furono attribuite una medaglia d'argento al valore e due croci di guerra. Fu poi dislocato in Libia e nell'autunno 1919 sul confine con la Jugoslavia. Alla fine del 1919 chiese di essere posto nel ruolo degli ufficiali ausiliari e raggiunse Milano per completare gli studi. Egli si laureò ingegnere industriale nel maggio 1921. In quel mese sposò Maria Queirazza, figlia di un dirigente della Banca commerciale italiana, dal matrimonio con la quale nacquero i figli Anna Maria e Roberto. Nell'agosto 1922 fu assunto alla Dalmine. Il primo dicembre 1923 decadde definitivamente dal ruolo degli ufficiali effettivi e aderì al Partito nazionale fascista. Alla Dalmine divenne ingegnere capo nel 1925. Egli si distinse come innovatore tecnologico, approfondendo la più recente letteratura internazionale e compiendo numerosi viaggi di studio all'estero, e, in particolare, in Germania e negli Stati Uniti, paesi di cui ammirava la razionalizzazione produttiva e l'organizzazione manageriale delle imprese industriali. Giuseppe Toeplitz lo volle all'ufficio tecnico-industriale della Banca commerciale italiana. La svolta decisiva della carriera di Rocca coincise con il suo ingresso nella Sofindit, la finanziaria creata per rilevare le partecipazioni azionarie della banca dopo la grande crisi, ove egli curò la gestione e la ristrutturazione della Terni, Unes e Sip. L'IRI incorporò la Sofindit. Rocca entrò a far parte della nuova holding pubblica, e fu, dapprima, consigliere d'amministrazione e componente del comitato direttivo della Dalmine, e, nel 1935, amministratore delegato della stessa società nonché dell'Ansaldo e della nuova Società italiana acciaierie di Cornigliano (Siac). Nel 1934 egli divenne segretario del Comitato tecnico per lo studio dei problemi della siderurgia bellica speciale, ove sostenne le concezioni di Oscar Sinigaglia, dal 1932 presidente dell'Ilva, che riteneva che il settore dovesse essere radicalmente riorganizzato puntando sulla produzione di acciaio a ciclo integrale e sull'aumento delle dimensioni degli impianti. Il piano si arenò sia per le resistenze all'interno dell'Ilva sia per l'opposizione degli industriali privati guidati da Falck. Nel marzo 1935 Sinigaglia si ritirò a vita privata. Il progetto fu rilanciato dopo che il duce varò il 23 marzo 1936 <> in cui aveva delineato i punti fondamentali dell'autarchia. Rocca, sostenuto da Beneduce e Menichella, convinse Mussolini ad avviare la siderurgia a ciclo integrale sia perché la concentrazione in pochi grandi impianti avrebbe razionalizzato la produzione e ridotto gli sprechi e i costi, in linea con l'indicazione del duce di creare nell'industria pesante <>, definite come <>, sia perché l'Italia si sarebbe affrancata dalla dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento del rottame. Nel 1937 l'IRI divenne un ente permanente e fu costituita la Finsider, la finanziaria preposta sia al coordinamento tecnico delle imprese siderurgiche pubbliche sia alla raccolta tramite obbligazioni delle risorse necessarie per gli investimenti, di cui Rocca divenne direttore generale. Nel 1939 egli fu eletto alla Camera dei fasci e delle corporazioni. Il programma siderurgico fu ridimensionato dal nuovo presidente dell'IRI, Francesco Giordani. Rocca si dimise dalla carica di direttore generale della Finsider. Durante il conflitto ebbe accesi scontri con i vertici dell'IRI proprio perché non si stava facendo abbastanza per migliorare la produttività e contenere i costi, mantenendo in vita anche gli impianti più obsoleti, denunciando ripetutamente le carenze del sistema di pianificazione della produzione bellica, e sottolineando la mancanza di un <> e di un vero e proprio <> (ACS, Asiri, N, b. 30, La produzione bellica e le assegnazioni di materiale, 24 agosto 1942). Nel marzo 1941 abbandonò i consigli di amministrazione di Finsider, Terni, Ilva e Siac e si concentrò sulla gestione dell'Ansaldo e della Dalmine. Nei quarantacinque giorni del governo Badoglio presentò un programma dell'Ansaldo per il dopoguerra e fece pubblicare e diffondere all'interno dell'impresa la costituzione dell'Urss come utile contributo <> (ACS, MI, DGPS, DAGR, Segreteria del Capo della Polizia Rsi, b. 49, f. 945, Ansaldo Dic/Stu, segnalazione n. 107, 27 agosto 1943), sottolineando che il partito comunista esercitava una <> all'interno del sistema produttivo, e non celando la sua ammirazione per i grandi stabilimenti siderurgici costruiti dai sovietici. Nel novembre 1943 egli rifiutò la carica di ministro della Produzione bellica offertagli da Mussolini, denunciando nella lettera di risposta che neanche il regime fascista aveva risolto la grande <> ( ACS, SPD, Rsi, b. 15, f. 70, Rocca a Graziani, 6 novembre 1943) che caratterizzava l'industria italiana, che aveva ostacolato la <>. I fascisti repubblicani lo arrestarono nella primavera 1944, ma dovettero rilasciarlo per l'immediato intervento dei tedeschi. Rocca fece parte di un apposito comitato per la riconversione nel dopoguerra, istituito segretamente dall'IRI. Egli cercò di garantire almeno una parziale continuità della produzione e lottò per impedire la distruzione degli impianti da parte delle truppe germaniche, avviando contatti con i partigiani. Il suo carisma come capo d'impresa restò intatto agli occhi delle maestranze, perché, al di là delle divergenze ideologiche, gli era riconosciuto di aver garantito, oltre alla sopravvivenza degli stabilimenti, anche l'assistenza sociale e il sostentamento agli operai e alle loro famiglie. Il 27 aprile 1945 il nuovo prefetto di Milano, Riccardo Lombardi, firmò un mandato di arresto a suo carico. Rocca scampò al carcere perché si nascose in una casa privata. Più tardi riottenne la libertà. Nell'estate 1945 scrisse a Sinigaglia (nuovo capo della Finsider) esplicitando la propria filosofia industriale. Rocca riteneva che l'Italia non avrebbe potuto divenire mai un paese siderurgico moderno con <> (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a Sinigaglia, 7 giugno 1945), per via della scarsezza delle materie prime e delle dimensioni del mercato interno, ma doveva integrarsi in una più vasta area economica che comprendesse il Nord Europa e l'Africa settentrionale. Solo lo stato avrebbe potuto attuare questa rivoluzione, in parte già avviata con lo stabilimento a ciclo integrale di Cornigliano, vista l'inadeguatezza della siderurgia privata, <>. La sua disistima verso quella che definiva la <> era assoluta, e ne stigmatizzava le subdole manovre politiche utilizzate per opporsi alla logica economica del suo piano. Il programma avrebbe dovuto essere realizzato dalla Finsider. Egli auspicava che l'IRI fosse conservato e sperava anzi che assorbisse tutti gli enti dello stato, come l'AGIP, salvaguardandone però la natura privatistica della gestione industriale, così come era stata congegnata dai suoi ideatori, escludendo assolutamente qualsiasi intromissione della burocrazia pubblica. Il potenziamento della siderurgia avrebbe altresì rafforzato la capacità dell'industria meccanica di competere all'estero. L'ultima raccomandazione era quella di proseguire nell'opera di formazione di un nuovo tipo di manager industriale visto il <> (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a Sinigaglia, 21 giugno 1945). Rocca fu un convinto <>. La sua idea del rapporto tra stato e capitalismo era affine a quella di Walther Rathenau. Come lui concepiva un'economia di piano mista, penetrata da una volontà di solidarietà sociale. Fulcro ne sarebbe stata la moderna grande impresa industriale, pubblica e privata, la cui redditività, frutto della crescente efficienza, oltre a rafforzarne la gestione, sarebbe stata in parte indirizzata verso un dividendo collettivo che avrebbe assicurato l'armonia nazionale. Rocca, pur non condividendo l'idea della socializzazione delle aziende perché avrebbe dissolto l'iniziativa e il rischio d'impresa individuali, essenza dello spirito capitalistico, era però favorevole all'istituzione di forme di consultazione dei lavoratori per accrescerne la cooperazione e incentivarne il senso di responsabilità. Rocca fu prosciolto il 5 febbraio 1946. Nel novembre 1945 fondò a Milano la Compagnia tecnica internazionale (poi Techint in Argentina dal 1947) per progettare, costruire e montare impianti industriali, basati <> nazionali in patria e all'estero (ACS, Asiri, N, b. 98, Rocca a IRI, 6 novembre 1945). Egli si offrì come intermediario in Sud America per l'Ufficio sviluppo esportazione (Use), creato nella primavera 1946 dall'IRI e dalla Fiat per promuovere le vendite all'estero dei rispettivi gruppi, ma le trattative non ebbero effetto positivo. All'inizio Rocca optò per il mercato argentino perché offriva opportunità allettanti. Proprio in quegli anni Juan Domingo Peron, ammiratore del corporativismo fascista, concepì il programma di industrializzazione che avrebbe dovuto trasformare l'economia, mediante la pianificazione centralizzata, procedendo alla nazionalizzazione della banca centrale e delle imprese di pubblica utilità, allontanando dal paese i capitalisti britannici e statunitensi. Il governo affidò alla Techint la costruzione del gasdotto dalla Patagonia a Buenos Aires, concluso nel dicembre 1949. In seguito la compagnia costituì una società assieme alla Dalmine (Dalmine-Safta) per fabbricare tubi nello stabilimento di Campana, inaugurato nel 1954. Nel decennio successivo le energie di Rocca furono indirizzate verso una nuova impresa, la Propulsora Siderurgica, che avrebbe dovuto avviare la produzione di acciaio a ciclo integrale. Techint diversificò la propria attività verso altri paesi dell'America Latina come Messico e Brasile (Dino Grandi ne fu inizialmente a capo della filiale) e anche nel resto del mondo. Nel 1966 Rocca fu nominato cavaliere del lavoro. Nel novembre 1968 egli cedette la presidenza effettiva per assumere quella onoraria, che abbandonò nel novembre 1975. Morì a Buenos Aires il 17 febbraio 1978.
9788812000326
Rocca Agostino / Podesta', Gian Luca. - STAMPA. - 88:(2017), pp. 15-19.
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