Il saggio scritto a quattro mani con Giorgio Zanchetti (DC: Le Biennali di Venezia e Il Premio per la scultura del 1948; Moore e la scultura italiana degli anni quaranta-cinquanta; Scultura e incisione: tecnica “a levare”; GZ: The finest sculpture I met in Italy; Un paradigma del modernismo? Qualche esempio letterario; Di nuovo sugli antichi maestri) si concentra sul rapporto di Moore con l’Italia, stratificato e complesso, che spazia dall’ineludibile rivelazione del Rinascimento fiorentino e dei primitivi toscani, incontrati nel viaggio di studio del 1925, alle presenze d’avanguardia alla Biennale di Venezia – già nel 1930, ma soprattutto con l’affermazione internazionale del premio per la scultura nel 1948 – ai soggiorni in Versilia, dalla fine degli anni cinquanta, alla consacrazione delle grandi mostre di Roma (1961 e 1965), Spoleto (1962) e Firenze (1972), fino al ripensamento, ormai da testimone d’eccezione, sul Michelangelo della Pietà Rondanini e sul Donatello dei rilievi delle Storie di Sant’Antonio a Padova. Accompagnandolo in questo viaggio, non soltanto metaforico, attraverso la Penisola, è possibile individuare e chiarire i principali snodi della ricerca artistica di uno degli autori che meglio hanno saputo riflettere, nel Novecento, sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche monumentali, attraverso e oltre l’astrazione. Nello specifico le parti scritte da Colombo hanno affrontato il nodo delle Biennali di Venezia e del panorama artistico inglese, italiano e internazionale degli anni Cinquanta. Sono state analizzate le partecipazioni di Moore alla e Biennali di Venezia (1930, 1948, 1952, 1954, 1962, 1964, 1972) soffermandosi soprattutto su quelle del secondo dopoguerra, grazie ai materiali d’archivio dell’ASAC che hanno portato alla luce materiali non noti o che hanno permesso di rettificare informazioni e considerazioni precedenti, e valutando la ricezione critica italiana e del suo lavoro e del premio per la scultura del 1948. Da qui si è valutata l’influenza di Moore sui giovani artisti inglesi – di cui si è ricostruita la fortuna critica in Italia a metà degli anni Cinquanta – e italiani (Cappello, Calò, Tavernari, Negri) e si è puntato uno sguardo più specifico sul rapporto con Marino Marini, frequentato soprattutto durante gli anni Sessanta. Inoltre, proponendo un parallelismo tra la scultura e l’incisione, entrambe tecniche a levare, sono state analizzate le sperimentazioni di Moore nell’ambito della grafica (in particlar modo anni Settanta) e sono stati ricostruito – anche qui tramite i documenti dell’Archivio della Fondazione Il Bisonte – i rapporti con Maria Luigia Guaita, proprietaria della Stamperia d’Arte Il Bisonte a Firenze. La Guaita fu, insieme a Carandente, fondamentale per l’organizzazione della grande mostra a Forte Belvedere a Firenze nel 1972 che sancì il definitivo successo internazionale di Moore. Il lavoro di studio e analisi si è basato su materiali di prima mano, in vari casi inediti, acquisiti attraverso un’attività di ricerca presso gli archivi dell’ASAC-Biennale di Venezia, Archivio Bioiconografico della GNAM di Roma, l’Archivio Storico della Fondazione Henraux di Querceta, l’Archivio Storico Generale del Comune di Prato, UNESCO Archives di Parigi, Biblioteca e Archivio Fotografico della GAM di Torino, La Fondazione IL Bisonte di Firenze, la Fondazione Marino Marini di Pistoia.

Moore : viaggio in Italia / D. Colombo; G. Zanchetti. - (2015), pp. 146-175.

Moore : viaggio in Italia

COLOMBO, Davide;
2015

Abstract

Il saggio scritto a quattro mani con Giorgio Zanchetti (DC: Le Biennali di Venezia e Il Premio per la scultura del 1948; Moore e la scultura italiana degli anni quaranta-cinquanta; Scultura e incisione: tecnica “a levare”; GZ: The finest sculpture I met in Italy; Un paradigma del modernismo? Qualche esempio letterario; Di nuovo sugli antichi maestri) si concentra sul rapporto di Moore con l’Italia, stratificato e complesso, che spazia dall’ineludibile rivelazione del Rinascimento fiorentino e dei primitivi toscani, incontrati nel viaggio di studio del 1925, alle presenze d’avanguardia alla Biennale di Venezia – già nel 1930, ma soprattutto con l’affermazione internazionale del premio per la scultura nel 1948 – ai soggiorni in Versilia, dalla fine degli anni cinquanta, alla consacrazione delle grandi mostre di Roma (1961 e 1965), Spoleto (1962) e Firenze (1972), fino al ripensamento, ormai da testimone d’eccezione, sul Michelangelo della Pietà Rondanini e sul Donatello dei rilievi delle Storie di Sant’Antonio a Padova. Accompagnandolo in questo viaggio, non soltanto metaforico, attraverso la Penisola, è possibile individuare e chiarire i principali snodi della ricerca artistica di uno degli autori che meglio hanno saputo riflettere, nel Novecento, sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche monumentali, attraverso e oltre l’astrazione. Nello specifico le parti scritte da Colombo hanno affrontato il nodo delle Biennali di Venezia e del panorama artistico inglese, italiano e internazionale degli anni Cinquanta. Sono state analizzate le partecipazioni di Moore alla e Biennali di Venezia (1930, 1948, 1952, 1954, 1962, 1964, 1972) soffermandosi soprattutto su quelle del secondo dopoguerra, grazie ai materiali d’archivio dell’ASAC che hanno portato alla luce materiali non noti o che hanno permesso di rettificare informazioni e considerazioni precedenti, e valutando la ricezione critica italiana e del suo lavoro e del premio per la scultura del 1948. Da qui si è valutata l’influenza di Moore sui giovani artisti inglesi – di cui si è ricostruita la fortuna critica in Italia a metà degli anni Cinquanta – e italiani (Cappello, Calò, Tavernari, Negri) e si è puntato uno sguardo più specifico sul rapporto con Marino Marini, frequentato soprattutto durante gli anni Sessanta. Inoltre, proponendo un parallelismo tra la scultura e l’incisione, entrambe tecniche a levare, sono state analizzate le sperimentazioni di Moore nell’ambito della grafica (in particlar modo anni Settanta) e sono stati ricostruito – anche qui tramite i documenti dell’Archivio della Fondazione Il Bisonte – i rapporti con Maria Luigia Guaita, proprietaria della Stamperia d’Arte Il Bisonte a Firenze. La Guaita fu, insieme a Carandente, fondamentale per l’organizzazione della grande mostra a Forte Belvedere a Firenze nel 1972 che sancì il definitivo successo internazionale di Moore. Il lavoro di studio e analisi si è basato su materiali di prima mano, in vari casi inediti, acquisiti attraverso un’attività di ricerca presso gli archivi dell’ASAC-Biennale di Venezia, Archivio Bioiconografico della GNAM di Roma, l’Archivio Storico della Fondazione Henraux di Querceta, l’Archivio Storico Generale del Comune di Prato, UNESCO Archives di Parigi, Biblioteca e Archivio Fotografico della GAM di Torino, La Fondazione IL Bisonte di Firenze, la Fondazione Marino Marini di Pistoia.
9788891806291
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11381/2809593
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