Il titolo della rassegna, frutto di un lavoro accurato e criticamente sorvegliato, capace di districarsi in una mole davvero notevole, a tratti “debordante” di materiali spesso inediti (testi letterari, racconti e guide, film e video, cataloghi e riviste, e un fiume in piena di immagini, iconografie, parole e visioni) suggerisce che il progetto proposto vuole dire qualcos’altro rispetto a quanto è stato detto in Italia sinora su un Paese che affascina e spaventa, a sè chiama e da sè allontana qualsiasi osservatore, data l’incommensurabile complessità delle sue vicende storiche e politiche, culturali e ideologiche. Guardando all’U.R.S.S. cambia la prospettiva, ribalta il cannocchiale, chiede un altro sguardo. Suggerisce innanzitutto un luogo di osservazione e un luogo osservato. Una cultura con la quale si sta leggendo, e interpretando, un’altra cultura. Queste “due culture” sono, rispettivamente, quella italiana e quella russa. Il nostro Paese ha da sempre mantenuto un dialogo speciale, contorto in molti aspetti, con l’U.R.S.S. del secolo scorso, intessendo fino ad oggi confronti linguistici e visuali che necessitano, in un contesto quale quello attuale, di essere finalmente riletti e ricollocati sulla scacchiera della storia culturale. Questo il primo ambito di novità del progetto espositivo: rispetto alle diverse rassegne dedicate al realismo socialista sovietico, che si sono susseguite anche in Italia negli ultimi tre decenni, il taglio di questa mostra vuole porsi in una prospettiva del tutto nuova, ponendo al centro dell’indagine una attenta riflessione sull’immagine mitica e a tratti mistificante dell’U.R.S.S. nell’Italia del secondo dopoguerra e sul ruolo assunto dall’iconografia realista nella sua diffusione e veicolazione. Il materiale di studio è stato così analizzato seguendo una prospettiva storico-critica che sino a oggi non era mai stata presa in considerazione, se non in modo tangenziale, sollevando degli ambiti di riflessione a partire da alcuni “casi esemplari”, quali il Premio Suzzara, le Biennali veneziane, il confronto tra arti visive e linguaggi altri, dalla stampa divulgativa alla letteratura, dal manifesto politico al film e al documentario. L’analisi storico-artistica delle opere esposte si arricchisce e rinnova di contenuti proprio attraverso questo cambio di prospettiva critica: un altro elemento importante e di innovazione offerto da questo progetto. 2. Osservatori e prospettive. - Il Premio Suzzara 1948-1974. Come Arturo Calzona ha sottolineato, il riconoscimento del valore del territorio quale luogo di elaborazione di un linguaggio culturale capace di aprirsi al dibattito internazionale è tra i punti forti di questa rassegna e della pubblicazione che la accompagna. Quale migliore punto di osservazione per cominciare a ricostruire questo “sguardo verso l’U.R.S.S.” se non quello della provincia padana, di un luogo solo apparentemente marginale come la città di Suzzara e l’esperienza del Premio suzzarese, che a partire dal 1948 chiama a raccolta gli artisti italiani schierati sul fronte realista e li impegna ad una riflessione sul tema del lavoro? L’attenta ricerca in archivio e lo spoglio dei materiali compiuto da alcuni studiosi coinvolti nel progetto all’Archivio della Galleria del Premio Suzzara ha permesso di evidenziare, unitamente al racconto visuale offerto dalle opere in mostra e qui riprodotte, il fatto che il Premio Suzzara è un caso esemplare delle continuità e delle fratture del linguaggio realista italiano, nelle sue declinazioni nazionali e nelle sue relazioni internazionali: tra queste, quella con la cultura figurativa sovietica si pone come indiscusso terreno privilegiato di analisi, per cogliere nella sua complessità e nelle sue contraddizioni la divaricazione tra scelte ideologiche e scelte per così dire “linguistiche” e più generalmente culturali. Un’intera sezione della mostra mette in campo il ricco repertorio iconografico offerto dalle opere conservate nella Galleria del Premio Suzzara, individuando alcuni “temi” forti, di grande impatto visivo, riflettendo sul recupero e sulla persistenza di alcuni modelli, sulla semplice citazione di altri e sul risultato autonomo e unico nel suo genere offerto dalle opere degli artisti che tra secondo dopoguerra e anni ’70 del XX secolo hanno voluto aderire a questa iniziativa. - Le Biennali di Venezia 1934, 1956-1977. Ripercorrere le presenze di artisti russi alle Biennali veneziane, nel 1934 e poi, dopo la lunga assenza dell’U.R.S.S. dalla manifestazione, dal 1956 al 1977, costituisce certamente un’altra fondamentale prospettiva di analisi e di studio per comprendere non solo quali fossero le scelte culturali sovietiche, ma anche e soprattutto quali fossero le reazioni della critica e dell’arte italiana, riflettendo sul significato di alcuni frequenti “ritorni” di artisti russi in Biennale e sulle motivazioni di altre apparizioni sporadiche e temporanee. La ricerca anche in questo caso è stata condotta attraverso un lungo e sorvegliato spoglio di documenti svolto nell’Archivio della Biennale di Venezia, ripercorrendo, attraverso verbali, comunicazioni, lettere di invito, e l’intera, poderosa rassegna stampa di ogni Biennale, le reazioni e le relazioni della cultura italiana rispetto a quella sovietica, dimostrando continuità e divergenze di analisi nel corso di un trentennio incandescente e ricco di contraddizioni, colpi di scena, alleanze e conflitti quale fu quello dal secondo dopoguerra agli anni ’70. Questa scelta permette così anche di confrontare le vicende suzzaresi con quelle veneziane, riflettendo sulle distanze e sui punti di contatto tra due diverse manifestazioni e realtà geografiche e culturali, politiche e sociali italiane in un periodo denso di cambiamenti e dominato dal conflitto tra libertà espressiva e dettami ideologici. - “Carta canta”. Nelle esposizioni sino ad ora realizzate e circolate in Italia, lo sguardo sull’U.R.S.S. ha invece sempre privilegiato un genere, quello della pittura, ed un fine, quello di riportare alla luce ricerche artistiche rimaste al di là del muro soprattutto per un grande pubblico. In questa direzione si colloca quindi la scelta curatoriale di riaprire le riviste, rileggere i diari, i racconti e i resoconti, di sfogliare nuovamente manifesti, album di fotografie e cartoline, di vedere film e video prodotti e pubblicati in Italia e chiamati a descrivere e a mostrare al nostro Paese la realtà sovietica di quell’epoca. La scelta di lavorare su questo terzo ambito ha permesso agli studiosi coinvolti di ricostruire iconografie e sistemi di racconti per immagini, mitologie e anche mistificazioni che il nostro Paese ha prodotto sull’U.R.S.S., riflettendo sulla peculiarità della narrazione italiana, in un’ottica critica e interlocutoria che non vuole definire una immagine univoca della Russia nello sguardo italiano, ma ricostruire le numerose e affascinanti sfaccettature che la cultura di un Paese assume agli occhi di un altro. L’interdisciplinarietà e la peculiare costruzione di un percorso espositivo capace di intersecare e confrontare opere con manifesti, film con reportage fotografici, e rotocalchi con poesie e racconti, sono altri elementi di innovazione e di peculiarità di questo progetto, offrendo al pubblico la possibilità di compiere un viaggio nell’immaginario italiano dell’U.R.S.S. del secondo dopoguerra, passeggiando attraverso le sale e le sezioni della mostra. 3. Dal mito al mercato: dopo la caduta del muro di Berlino, 1989-2015. Voler affrontare un discorso critico sulla visione dell’arte sovietica realista dalla prospettiva italiana non poteva interrompersi agli anni ’70. Innanzitutto perchè questo progetto si colloca dopo un trentennio caratterizzato da recuperi e riletture storiche di quel periodo e di quei linguaggi visuali, chiedendo un superamento delle modalità di approccio all’arte sovietica come sinora sono state offerte, evitandone la semplicistica presentazione e cercando, invece, di coglierne la peculiare rappresentazione dalla prospettiva italiana. In questa direzione si colloca anche l’ultima sezione espositiva che presenta le scelte del nuovo mercato italiano, apertosi all’arte sovietica realista dopo la caduta del comunismo. La selezione delle opere provenienti dalla Collezione privata dell’Avvocato Fusai, allora, costituisce un osservatorio interessante dal quale riflettere sulla relazione tra modello e riproduzione del modello nell’arte sovietica del secondo dopoguerra e degli anni ’70 e ’80, indagando la persistenza della tradizione figurativa realista e le relazioni tra questa e le scelte del collezionismo occidentale. - Una questione di sguardi In un’epoca dominata dalla cultura dell’immagine veloce, incalzante, effimera e discontinua quale quella attuale, la mostra Guardando all’U.R.S.S. richiede una certa lentezza: del guardare e del confrontare. Tempi lunghi, di studio e di riflessione, ha richiesto il progetto espositivo che presuppone, a sua volta, dietro la fascinazione immediata delle immagini e delle parole esposte, una certa attenzione. A guardare all’U.R.S.S. non è stata solo la cultura del nostro Paese in una certa fase storica: dalla nostra Penisola continuiamo a guardare altrove, cercando modelli di confronto e parametri di riflessione, soprattutto oggi, che i confini sono ora labili ora invalicabili, e le geografie culturali e politiche paiono essere sottoposte a una costante pressione che spesso si fa angoscia del futuro nella incomprensibilità del presente. Guardare a un Paese, per rimettere in discussione i parametri del nostro, costituisce un esercizio importante. Certo non facile, ma di crescita e di consapevolezza. La mostra vuole, forse, al di là dei linguaggi e delle culture specificamente analizzati, dire e chiedere proprio questo.

Guardando all'URSS. Realismo socialista in Italia dal mito al mercato / Strukelj, Vanja; Zanella, Francesca; Bignotti, Ilaria. - (2015), pp. 1-310.

Guardando all'URSS. Realismo socialista in Italia dal mito al mercato.

STRUKELJ, Vanja;ZANELLA, Francesca;
2015

Abstract

Il titolo della rassegna, frutto di un lavoro accurato e criticamente sorvegliato, capace di districarsi in una mole davvero notevole, a tratti “debordante” di materiali spesso inediti (testi letterari, racconti e guide, film e video, cataloghi e riviste, e un fiume in piena di immagini, iconografie, parole e visioni) suggerisce che il progetto proposto vuole dire qualcos’altro rispetto a quanto è stato detto in Italia sinora su un Paese che affascina e spaventa, a sè chiama e da sè allontana qualsiasi osservatore, data l’incommensurabile complessità delle sue vicende storiche e politiche, culturali e ideologiche. Guardando all’U.R.S.S. cambia la prospettiva, ribalta il cannocchiale, chiede un altro sguardo. Suggerisce innanzitutto un luogo di osservazione e un luogo osservato. Una cultura con la quale si sta leggendo, e interpretando, un’altra cultura. Queste “due culture” sono, rispettivamente, quella italiana e quella russa. Il nostro Paese ha da sempre mantenuto un dialogo speciale, contorto in molti aspetti, con l’U.R.S.S. del secolo scorso, intessendo fino ad oggi confronti linguistici e visuali che necessitano, in un contesto quale quello attuale, di essere finalmente riletti e ricollocati sulla scacchiera della storia culturale. Questo il primo ambito di novità del progetto espositivo: rispetto alle diverse rassegne dedicate al realismo socialista sovietico, che si sono susseguite anche in Italia negli ultimi tre decenni, il taglio di questa mostra vuole porsi in una prospettiva del tutto nuova, ponendo al centro dell’indagine una attenta riflessione sull’immagine mitica e a tratti mistificante dell’U.R.S.S. nell’Italia del secondo dopoguerra e sul ruolo assunto dall’iconografia realista nella sua diffusione e veicolazione. Il materiale di studio è stato così analizzato seguendo una prospettiva storico-critica che sino a oggi non era mai stata presa in considerazione, se non in modo tangenziale, sollevando degli ambiti di riflessione a partire da alcuni “casi esemplari”, quali il Premio Suzzara, le Biennali veneziane, il confronto tra arti visive e linguaggi altri, dalla stampa divulgativa alla letteratura, dal manifesto politico al film e al documentario. L’analisi storico-artistica delle opere esposte si arricchisce e rinnova di contenuti proprio attraverso questo cambio di prospettiva critica: un altro elemento importante e di innovazione offerto da questo progetto. 2. Osservatori e prospettive. - Il Premio Suzzara 1948-1974. Come Arturo Calzona ha sottolineato, il riconoscimento del valore del territorio quale luogo di elaborazione di un linguaggio culturale capace di aprirsi al dibattito internazionale è tra i punti forti di questa rassegna e della pubblicazione che la accompagna. Quale migliore punto di osservazione per cominciare a ricostruire questo “sguardo verso l’U.R.S.S.” se non quello della provincia padana, di un luogo solo apparentemente marginale come la città di Suzzara e l’esperienza del Premio suzzarese, che a partire dal 1948 chiama a raccolta gli artisti italiani schierati sul fronte realista e li impegna ad una riflessione sul tema del lavoro? L’attenta ricerca in archivio e lo spoglio dei materiali compiuto da alcuni studiosi coinvolti nel progetto all’Archivio della Galleria del Premio Suzzara ha permesso di evidenziare, unitamente al racconto visuale offerto dalle opere in mostra e qui riprodotte, il fatto che il Premio Suzzara è un caso esemplare delle continuità e delle fratture del linguaggio realista italiano, nelle sue declinazioni nazionali e nelle sue relazioni internazionali: tra queste, quella con la cultura figurativa sovietica si pone come indiscusso terreno privilegiato di analisi, per cogliere nella sua complessità e nelle sue contraddizioni la divaricazione tra scelte ideologiche e scelte per così dire “linguistiche” e più generalmente culturali. Un’intera sezione della mostra mette in campo il ricco repertorio iconografico offerto dalle opere conservate nella Galleria del Premio Suzzara, individuando alcuni “temi” forti, di grande impatto visivo, riflettendo sul recupero e sulla persistenza di alcuni modelli, sulla semplice citazione di altri e sul risultato autonomo e unico nel suo genere offerto dalle opere degli artisti che tra secondo dopoguerra e anni ’70 del XX secolo hanno voluto aderire a questa iniziativa. - Le Biennali di Venezia 1934, 1956-1977. Ripercorrere le presenze di artisti russi alle Biennali veneziane, nel 1934 e poi, dopo la lunga assenza dell’U.R.S.S. dalla manifestazione, dal 1956 al 1977, costituisce certamente un’altra fondamentale prospettiva di analisi e di studio per comprendere non solo quali fossero le scelte culturali sovietiche, ma anche e soprattutto quali fossero le reazioni della critica e dell’arte italiana, riflettendo sul significato di alcuni frequenti “ritorni” di artisti russi in Biennale e sulle motivazioni di altre apparizioni sporadiche e temporanee. La ricerca anche in questo caso è stata condotta attraverso un lungo e sorvegliato spoglio di documenti svolto nell’Archivio della Biennale di Venezia, ripercorrendo, attraverso verbali, comunicazioni, lettere di invito, e l’intera, poderosa rassegna stampa di ogni Biennale, le reazioni e le relazioni della cultura italiana rispetto a quella sovietica, dimostrando continuità e divergenze di analisi nel corso di un trentennio incandescente e ricco di contraddizioni, colpi di scena, alleanze e conflitti quale fu quello dal secondo dopoguerra agli anni ’70. Questa scelta permette così anche di confrontare le vicende suzzaresi con quelle veneziane, riflettendo sulle distanze e sui punti di contatto tra due diverse manifestazioni e realtà geografiche e culturali, politiche e sociali italiane in un periodo denso di cambiamenti e dominato dal conflitto tra libertà espressiva e dettami ideologici. - “Carta canta”. Nelle esposizioni sino ad ora realizzate e circolate in Italia, lo sguardo sull’U.R.S.S. ha invece sempre privilegiato un genere, quello della pittura, ed un fine, quello di riportare alla luce ricerche artistiche rimaste al di là del muro soprattutto per un grande pubblico. In questa direzione si colloca quindi la scelta curatoriale di riaprire le riviste, rileggere i diari, i racconti e i resoconti, di sfogliare nuovamente manifesti, album di fotografie e cartoline, di vedere film e video prodotti e pubblicati in Italia e chiamati a descrivere e a mostrare al nostro Paese la realtà sovietica di quell’epoca. La scelta di lavorare su questo terzo ambito ha permesso agli studiosi coinvolti di ricostruire iconografie e sistemi di racconti per immagini, mitologie e anche mistificazioni che il nostro Paese ha prodotto sull’U.R.S.S., riflettendo sulla peculiarità della narrazione italiana, in un’ottica critica e interlocutoria che non vuole definire una immagine univoca della Russia nello sguardo italiano, ma ricostruire le numerose e affascinanti sfaccettature che la cultura di un Paese assume agli occhi di un altro. L’interdisciplinarietà e la peculiare costruzione di un percorso espositivo capace di intersecare e confrontare opere con manifesti, film con reportage fotografici, e rotocalchi con poesie e racconti, sono altri elementi di innovazione e di peculiarità di questo progetto, offrendo al pubblico la possibilità di compiere un viaggio nell’immaginario italiano dell’U.R.S.S. del secondo dopoguerra, passeggiando attraverso le sale e le sezioni della mostra. 3. Dal mito al mercato: dopo la caduta del muro di Berlino, 1989-2015. Voler affrontare un discorso critico sulla visione dell’arte sovietica realista dalla prospettiva italiana non poteva interrompersi agli anni ’70. Innanzitutto perchè questo progetto si colloca dopo un trentennio caratterizzato da recuperi e riletture storiche di quel periodo e di quei linguaggi visuali, chiedendo un superamento delle modalità di approccio all’arte sovietica come sinora sono state offerte, evitandone la semplicistica presentazione e cercando, invece, di coglierne la peculiare rappresentazione dalla prospettiva italiana. In questa direzione si colloca anche l’ultima sezione espositiva che presenta le scelte del nuovo mercato italiano, apertosi all’arte sovietica realista dopo la caduta del comunismo. La selezione delle opere provenienti dalla Collezione privata dell’Avvocato Fusai, allora, costituisce un osservatorio interessante dal quale riflettere sulla relazione tra modello e riproduzione del modello nell’arte sovietica del secondo dopoguerra e degli anni ’70 e ’80, indagando la persistenza della tradizione figurativa realista e le relazioni tra questa e le scelte del collezionismo occidentale. - Una questione di sguardi In un’epoca dominata dalla cultura dell’immagine veloce, incalzante, effimera e discontinua quale quella attuale, la mostra Guardando all’U.R.S.S. richiede una certa lentezza: del guardare e del confrontare. Tempi lunghi, di studio e di riflessione, ha richiesto il progetto espositivo che presuppone, a sua volta, dietro la fascinazione immediata delle immagini e delle parole esposte, una certa attenzione. A guardare all’U.R.S.S. non è stata solo la cultura del nostro Paese in una certa fase storica: dalla nostra Penisola continuiamo a guardare altrove, cercando modelli di confronto e parametri di riflessione, soprattutto oggi, che i confini sono ora labili ora invalicabili, e le geografie culturali e politiche paiono essere sottoposte a una costante pressione che spesso si fa angoscia del futuro nella incomprensibilità del presente. Guardare a un Paese, per rimettere in discussione i parametri del nostro, costituisce un esercizio importante. Certo non facile, ma di crescita e di consapevolezza. La mostra vuole, forse, al di là dei linguaggi e delle culture specificamente analizzati, dire e chiedere proprio questo.
9788857229508
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11381/2790872
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